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Il tramonto sulla Monument Valley è una cosa speciale. Se non ci siete mai stati, e soprattutto non ci siete stati al tramonto, ebbene sappiate che lo spettacolo vale il viaggio negli Stati Uniti. Quando vidi da ragazzino il film “Ombre rosse” con il famoso inseguimento della diligenza da parte degli Apache di Geronimo, pensai – tratto in inganno dalla pellicola in bianco e nero – che le ombre fossero quelle dei pellerossa al galoppo. Quando sei lì di persona, particolarmente se è vicina l’ora in cui il sole sta per scomparire dietro l’orizzonte sterminato, capisci che le ombre rosse sono quelle dei monumenti, perché qui tutto è rosso, la sabbia, le rocce, i cespugli rotolanti nel vento. Rimaniamo ammutoliti a guardare le ombre che si allungano fino a sparire. Rientriamo al Lodge che è già quasi notte.

Agosto 1991. Io e Carla siamo partiti stamane da Grand Junction in Colorado diretti a Mexican Hat nello Utah. Dopo un ampio giro nel deserto, imbocchiamo la Highway 261 che ci porta a pomeriggio inoltrato sul ridge che sovrasta la vallata. Qui la strada si fa sterrata e precipita in discesa con stretti tornanti dai 2000 metri del ridge ai 1300 metri del fondovalle. Lo spettacolo è impressionante, la vista spazia per decine di chilometri tutto attorno sull’immensa voragine.

Giunti in fondo alla valle, ben presto avvistiamo la strana roccia a forma di cappello messicano che dà il nome alla zona. La strada corre diritta e polverosa verso un gruppuscolo di case di legno apparso come un miraggio nell’aria tremolante del deserto. Mexican Hat è l’iconografia del villaggio western, manca solo il saloon con le mezze ante di entrata, magari un tempo era nell’edificio dove adesso c’è un minuscolo supermercato. Di fronte, una pompa di benzina. In giro non si vede anima viva, ma non c’è bisogno di chiedere informazioni perché il Lodge è direttamente sulla strada.

Attraversiamo il porticato di legno ed entriamo nella piccola reception. Dietro il banco c’è un’indiana Navajo sui quarant’anni. L’interno è quello di una baracca, ma per una sola notte ci adattiamo. Dico che abbiamo prenotato da Grand Junction, vorremmo rapidamente fare il check in e lasciare i bagagli per correre a vedere la Monument Valley prima che il sole tramonti. La signora però non ha nessuna fretta, anzi ci fa capire che la cosa non è per nulla semplice. Spulcia a lungo un grosso registro, poi lo depone sul banco (le pagine sono affollate da misteriose annotazioni scritte fittamente), e ci dice che per confermare la prenotazione ci vuole l’autorizzazione del manager che in questo momento non c’è. Come sarebbe a dire confermare? La prenotazione non è confermata? Guardo il deserto a perdita d’occhio fuori dall’uscio. E dove andiamo se la prenotazione non viene confermata? Al diavolo, molliamo qui i bagagli e andiamocene, chiariremo la faccenda più tardi con il manager.

La Monument Valley è ad una quarantina di chilometri di strada sterrata. Il luogo è di sconvolgente immensità, occorre un punto panoramico per ammirare il tramonto. Dopo avere girato un pò tra i giganteschi roccioni, parcheggiamo su un poggiolo e ci sistemiamo per goderci lo spettacolo.

Torniamo al Lodge che è quasi notte. Evviva, il manager nel frattempo – ci dice la signora Navajo – è arrivato e ha confermato la nostra prenotazione. Il boy ha già portato il nostro bagaglio in camera. Curiosamente, di tutta questa gente non c’è traccia, né si vedono altri ospiti, a parte la signora il luogo è deserto. Vogliamo cenare nel ristorante del lodge? Sicuro, dico io, dove sennò? Ordiniamo subito la cena, in modo che lei possa passare l’ordine allo chef? D’accordo, andiamo sul sicuro, bistecche e patatine fritte. Ci rinfreschiamo rapidamente in camera e andiamo a cena. La sala da pranzo è piccola, siamo soli. La signora Navajo ci apparecchia il tavolo, poi va in cucina, dove la vediamo trafficare e mettere sulla griglia le bistecche. Dov’è lo chef? Beh, comunque attacchiamo con appetito le bistecche che la stessa signora ci serve. La carne è ottima, ma sa straordinariamente di petrolio.

Dopo cena usciamo a fare un giro e a fumarci una sigaretta. Mexican Hat consiste in una fila di case che fiancheggiano la strada su un solo lato per non più di cento metri. Ben presto la nostra passeggiata si perde nell’oscurità e facciamo dietro front. Si è alzato un vento caldo, il tempo si sta guastando, sul deserto rotolano quegli strani cespugli. Ci fermiamo ad osservare l’unica attrazione del paese, le vetrine illuminate del supermercato, dove fanno bella mostra sacchetti di pancetta fritta.

Non resta che ritirarci in camera. La stanza è gigantesca, un’ottantina di metri quadri, con due enormi letti matrimoniali alle due estremità. Ne scegliamo uno. Per inveterata abitudine, Carla scopre il letto per controllare che lenzuola e federe siano pulite. Restiamo stupefatti di fronte a ciò che vediamo. Al centro del letto campeggiano due enormi impronte nere di piedi. Più che piedi umani, sembrano i piedi dello yeti, l’abominevole uomo delle nevi. Dopo qualche attimo di stupore, andiamo a controllare l’altro letto. Via le lenzuola e zac! Un altro paio di piedi neri ancora più giganteschi. Qui di recente dev’esserci stata l’invasione degli Ultracorpi. Capite bene che, in un luogo così isolato, ti vengono brutti pensieri. Chi è questo essere mostruoso che si diverte a passeggiare sui letti del Lodge? Come mai nell’albergo, l’unico di tutta la valle, non c’è nessuno tranne l’enigmatica signora Navajo? Adesso che ci penso, tutto il paese è deserto. Eppure siamo in agosto, l’America è piena di turisti. La faccenda si fa sempre più misteriosa. Mi viene in mente la storia del mostro di Merola che nel dopoguerra, appostato sul Passo delle Capannelle, piazzava chiodi sull’asfalto per fermare le rare auto di passaggio, poi derubava e faceva a pezzi i poveretti seppellendoli nel suo orticello.

Mi guardo bene dal comunicare i miei pensieri a Carla. Mi faccio coraggio e chiamo la reception. Risponde la signora Navajo a cui spiego in dettaglio la situazione. Lei tace per un po’ – forse sta comunicando agli Ultracorpi che ci sono in albergo altri due ospiti terrestri di cui impossessarsi – poi ci dice che manderà la cameriera a cambiarci le lenzuola. Dopo una mezz’ora non si è ancora visto nessuno e chiamo nuovamente. Sì, la cameriera sta per arrivare, dice, ma il tempo passa. Carla è stanca e vorrebbe andare a dormire. Io invece sospetto sempre più che la signora sia effettivamente un’aliena sotto mentite spoglie, e stia davvero complottando per tirarci qualche bruttissimo scherzo. Comunque la richiamo, e faccio la parte di chi è arrabbiato alzando la voce. In realtà sono preoccupatissimo. La convinzione dei più che gli alieni non esistono, o se esistono non puoi incontrarli perché le distanze galattiche sono troppo grandi, è una sciocchezza. Se pensiamo che l’uomo c’è da tre milioni di anni, e in soli 65 anni è passato dal primo volo dei fratelli Wright allo sbarco sulla Luna, che tipo di progressi ci saranno nei prossimi 1.000, 10.000 o 100.000 anni, ovvero briciole di tempo nella scala dell’evoluzione delle specie? No, no, gli alieni ci sono eccome, si nascondono in mezzo a noi, si confondono con noi, ecco perché non li vediamo.

Quando finalmente bussano alla porta, apro uno spiraglio per vedere chi è. E’ sempre lei, la signora Navajo con la biancheria sotto il braccio, che in fretta e furia rifà i letti con le lenzuola pulite. La guardiamo come si guarda un marziano. La faccia della signora (non avevo mai notato quanto gli indiani d’America somiglino agli asiatici) rimane imperturbabile, una sfinge. Ci augura la buona notte e se ne va.

Per fortuna siamo riusciti a vedere il tramonto sulla Monument Valley. Durante la notte si scatenano tuoni e fulmini e cade una pioggia torrenziale. Il mattino dopo ci svegliamo che piove ancora. La strada antistante il Lodge si è trasformata in un fiume di fango. Sarà una combinazione, ma questa è la seconda volta che vengo nel deserto americano ed è la seconda volta che mi becco scrosci d’acqua mai visti. Mi hanno poi spiegato che il deserto è arido non perché non piova, ma perché il terreno drena la pioggia che sprofonda nel sottosuolo andando a sbucare da qualche parte, magari nel fiume Colorado, magari in una colonia sotterranea di Ultracorpi.

Terra dei Navajo, terra di misteri...

 

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