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Udo Hartmann era un grande. Grande in tutti i sensi. Alto uno e novanta, stazzava almeno 120 chili, mangiava per due, beveva per quattro, era un gran caciarone, chiassoso e allegro come molti tedeschi del sud. Lui era di Costanza, che rispetto agli altri tedeschi era come uno di Agrigento rispetto agli altri italiani. Ma Udo era anche un gran consulente, uno dei maggiori esperti mondiali del settore tessile. Aveva lavorato in almeno una cinquantina di paesi, era conosciuto ai quattro angoli del globo. Gli era toccato il triste compito di accompagnare alcuni dei principali gruppi tessili europei nelle travagliate fasi del declino, di ristrutturazione in ristrutturazione, fino alla chiusura. Per fortuna c’erano i paesi emergenti, lui era un piccione viaggiatore che su una poltrona d’aereo (possibilmente in business class con una buona bottiglia davanti) trovava la perfetta realizzazione di sé. Aveva anche la fortuna di essere sposato con Melina, una greca di Alessandria d’Egitto, che spesso lo seguiva nel suo girovagare intorno al mondo condividendone i piaceri. Quando mi aggregai alla società svizzera di cui Udo era uno dei grandi capi, spesso ci ritrovammo tutti e tre insieme, anche se più spesso eravamo noi due.

Lui aveva conosciuto nella sua lunga carriera i personaggi più improbabili e vissuto le più strane situazioni, attorno a cui aveva costruito un numero interminabile di storielle che amava raccontarmi – senza ripetere mai due volte la stessa storia – quando alla sera eravamo in un bar di Giakarta o sul lungomare di Tunisi. Aveva elaborato sue teorie sulla consulenza che riassumeva nei suoi “5 princípi del perfetto consulente”. Primo: “Create a mess” (ovvero, fate un gran casino); secondo: “Put the blame on somebody else” (date la colpa a qualcun altro); terzo: “If you can’t convince them, confuse them” (se non potete convincerli, confondeteli). Gli ultimi due princípi, i veri segreti del successo del perfetto consulente, disgraziatamente non li ricordo, e forse per questo sono rimasto al palo. Udo aveva inoltre le sue ricette di autentica saggezza. Vedeva le cose con grande chiarezza, ad esempio già a metà anni 90 era convinto (quando nessuno l’aveva ancora capito) che la Cina avrebbe fatto un sol boccone dell’Europa e superato perfino l’America. Una sera ci trovavamo in una birreria di Blumenau, nello stato di Santa Catarina in Brasile.

La birreria sovrastava l’ansa di un fiume, le case tutto attorno erano con le travi a vista in perfetto stile bavarese, i camerieri parlavano tedesco, e se non ci fosse stata la boscaglia tropicale, su per le irte colline antistanti, avremmo potuto credere di essere proprio in una cittadina della Baviera in una languida sera d’estate. Per la verità nel letto polveroso del fiume si aggiravano pure certe bestie, una specie di luceroloni (armadilli?) che a Monaco non si vedono proprio. In questa birreria avevo appreso le regole dell’”eye contact”. Quando ci beviamo una birra, noi italiani alziamo magari il boccale e se va bene diciamo “prosit” prima di tracannarla. I tedeschi no.

Col boccale in mano, ognuno deve guardare dritto negli occhi ciascuno degli altri e sollevare il boccale nella sua direzione. Poi beve un piccolo sorso, quindi ripete daccapo tutta la cerimonia, dal primo all’ultimo dei commensali, prima di passare al tracannamento. Quando tutto il gruppo di lavoro presente in Brasile (dieci tedeschi più il sottoscritto) si ritrovava in birreria, prima di potersi scolare in santa pace una birra questa cerimonia andava avanti magari cinque minuti. Quella sera per fortuna io e Udo eravamo da soli. Udo era pensieroso, inseguiva sotto la sua chioma candida chissà quali riflessioni. Quando si ritrovò davanti il boccale da un litro, lo sollevò gurdandomi dritto negli occhi e disse solennemente: “Culture is not agriculture.”

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