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Dopo il controllo passaporti e la riconsegna delle valigie c’è un ulteriore controllo dei bagagli attraverso uno scanner. Siamo appena atterrati all’aeroporto di Singapore. Depositiamo i bagagli sul nastro trasportatore, ed anche un pacco di campioni di tessuti che ci hanno consegnato a Sri Lanka con preghiera di recapitarlo al quartier generale di Singapore. E’ il settembre 1997, mi trovo qui con Gianluigi, un tecnico di confezione che mi sta aiutando nel manufacturing audit della Southern Fashions per conto della casa madre Kewalram Group. Al termine del breve tunnel dello scanner ci sono i cani. Sono bellissimi pastori tedeschi addestrati a fiutare la presenza di droga. Con lo sguardo attento si avvicinano al nostro bagaglio…

 Conosco Gianluigi da una quindicina d’anni, da quando dirigevo una grossa società di confezione maschile e lui era il responsabile del servizio Tempi & Metodi. Si tratta di un servizio fondamentale nella produzione industriale di abbigliamento. Quando arrivava un nuovo modello di giacca o pantalone (e ne arrivavano di continuo), il compito di Gianluigi e dei suoi assistenti era di studiare il migliore ciclo di lavorazione, le macchine necessarie, stabilire i tempi standard di ogni operazione su cui poi si programmava la produzione, si bilanciavano le linee e si calcolavano i cottimi degli operai. Insomma, un lavoro molto delicato. Gianluigi è probabilmente uno dei massimi esperti italiani (e quindi del mondo) in questo mestiere. Nella sua lunga carriera, ha lavorato per tutti i più grandi produttori italiani di abbigliamento maschile e femminile, il Gruppo Finanziario Tessile, Ermenegildo Zegna, Miroglio, Corneliani etc. Tutti sanno che nella confezione il 99% del personale è femminile, preferibilmente ragazze giovani perché le giovani sono più veloci ed efficienti, ci vedono meglio, non si affaticano a stare ore ed ore sedute alla macchina da cucire, o ad andare avanti e indietro tutto il santo giorno lungo le linee mobili. Da un rapido calcolo, è quindi possibile valutare che Gianluigi nella sua vita abbia avuto a che fare probabilmente con oltre diecimila giovani ragazze. L’attività di Tempi & Metodi non consiste solo nel fare conti e riempire fogli di lavoro, il metodista deve anche insegnare alle ragazze come organizzare la postazione di lavoro, l’uso dei dispositivi di trasporto, la manipolazione dei pezzi, i cambi produttivi.

Difetti sistematici nella confezione dei capi richiedono analisi accurate del ciclo di lavoro per essere eliminati. Insomma, il bravo metodista è uno capace di osservare da vicino le operaie che lavorano, correggerle, incoraggiarle. Ora dovete sapere che Gianluigi si avvicina alla sessantina, è un uomo attraente, bei lineamenti mascolini resi rassicuranti da occhiali professorali e dai capelli bianchi, la sua pelle è liscia come quella di un ragazzo, gli occhi vivaci e – spesso – ammiccanti, il fisico asciutto e scattante. Il cipiglio professionale che mostra di solito si distende immediatamente nel sorriso, sottolineato da una dentatura smagliante, appena lui si trova vicino ad una ragazza. Avendolo osservato per tanto tempo all’opera, posso dire che la tecnica molto efficace di insegnamento che lui utilizza è la seduzione. Egli non fa troppe distinzioni tra le ragazze carine e quelle che lo sono meno. La femminilità per lui è un valore universale che trascende la pura carnalità, è un profumo, è un’ispirazione, un anelito dell’anima, un soffio di vento di primavera. Quando egli si porta vicino all’operaia per istruirla, sembra avvolgerla con le braccia, le sfiora i fianchi per mostrarle la corretta postura, le prende le mani, la accarezza, talvolta le dà buffetti sulle guance, la sua voce è dolcissima, quasi sussurra nell’orecchio. All’inizio il suo fare mi pareva paterno, poi mi sono convinto che era piuttosto quello dell’amante che spiega alla giovane partner i segreti dell’eros. In lui la passione per il lavoro è tale che il piacere che ne deriva va pienamente condiviso. In tutti i sensi. Non so quanti di voi siano stati in una fabbrica di confezione, magari in una giornata estiva nei tempi in cui ben poche fabbriche erano climatizzate. Quando fa caldo le ragazze portano direttamente sopra gli slip corte vestagliette di cotone di cui la calura spinge a sbottonare gli ultimi bottoni scoprendo generosamente seno e cosce, cosce che vengono peraltro tenute aperte sia per comodità di postura sul lavoro che per banali esigenze di raffrescamento. E’ una cosa normale, nessuno sembra farci caso. Beh, sembra. Insomma, ho sempre sospettato che Gianluigi, pur con discrezione, si desse parecchio da fare, e sicuramente in un paio d’occasioni finì col mettersi nei guai suscitando dei pandemoni con mariti e fidanzati. Siccome è bravo, i suoi capi, compreso il sottoscritto, hanno sempre chiuso un occhio.

In una sola occasione una ditta fu costretta a licenziarlo, ma gli stessi proprietari lo riassunsero subito dopo in un’altra loro azienda. Come spesso capita, invecchiando sia io che Gianluigi abbiamo lasciato la dipendenza da aziende industriali per l’attività di consulenza. Io lavoro come consulente strategico per una multinazionale svizzera, e chiamo Gianluigi come freelance tutte le volte che ho bisogno di un bravo tecnico. E’ così che quando Govind Chanrai, Presidente del Kewalram Group di Singapore, mi chiede di fare uno studio per potenziare la produzione di una fabbrica di Sri Lanka, senza esitare coinvolgo Gianluigi. Lui, come al solito, è felicissimo di fare i bagagli e partire con me. Il programma prevede di effettuare un audit di una settimana in fabbrica, per poi fare rapporto e presentare a Chanrai proposte operative nel quartier generale di Singapore. Sebbene la fabbrica sia nel bel mezzo della giungla ad oltre due ore di fuoristrada da Colombo, siamo alloggiati in città nell’hotel Galadari, che significa sciropparsi quattro ore di viaggio più dieci di lavoro al giorno. Non esistono infatti strutture alberghiere di alcun tipo nelle vicinanze di Southern Fashions. Poi c’è anche la questione dei guerriglieri Tamil che sono particolarmente attivi in questo periodo. Nel nostro hotel, con tutti i comfort di un cinque stelle circondato da guardie armate fino ai denti, ci sentiamo perfettamente al sicuro. Essendo settembre del 1997, non sappiamo che esattamente di qui ad un mese un camion bomba parcheggiato davanti al nostro hotel esploderà causando 15 morti ed oltre 100 feriti, tra cui 34 turisti stranieri. Ignari di tutto ciò, noi alla sera ce ne andiamo a zonzo per la città e, snobbando l’aria condizionata dei ristoranti dell’hotel, facciamo la sauna cenando in bettole all’aperto sul lungomare. Prima di parlare della fabbrica, vale la pena di descrivere il viaggio per arrivarci. Dall’hotel percorriamo una quindicina di chilometri di strada costiera sull’Oceano Indiano verso sud, dopodichè svoltiamo a sinistra verso l’interno. Per dare qualcosa da fare alle popolazioni poverissime dell’interno, il governo di Sri Lanka concede forti incentivi alle imprese che si installano in zone disagiate. La strada che percorriamo, naturalmente sterrata, si fa così stretta che la jeep tocca il fogliame della giungla su entrambi i lati. La giungla, quella vera, è una faccenda impressionante.

 

Anzitutto le piante hanno un colore smeraldo che non ho mai visto prima. Ma la cosa che più colpisce è che, se ci guardi dentro, è così fitta che la luce della strada non penetra oltre qualche metro. Al di là, un buio nero come la pece. Ti aspetteresti una tigre saltar fuori da un momento all’altro da quell’oscurità inquietante. La strada è piena di buche, il fuoristrada ha sospensioni dure, arrivare a destinazione è un calvario per la nostra povera schiena. Come Dio vuole arriviamo in un’ampia radura disboscata, al centro della quale c’è un enorme capannone industriale costruito in buona parte con lamiera ondulata. Di aria condizionata neppure a parlarne. Scopriremo che, per fortuna, tutti i giorni alle 11, puntuale come un cronometro, arriva uno scroscio di pioggia che dura un’ora buona e raffresca la fabbrica evitandole di trasformarsi in una fornace. L’interno del capannone è una visione dantesca. Circa 700 donne si accalcano tra un’infinità di macchine disposte in modo che pare largamente casuale, macchine tra le quali sorgono mucchi di capi di abbigliamento che formano montagne alte vari metri. Gli occhi di Gianluigi brillano di felicità nel vedere il lavoro da fare per rimettere ordine in questo colossale casino. Ci riceve in ufficio il direttore di stabilimento, un giovane filippino che non ci vede per nulla di buon occhio, ma con noi c’è l’assistente personale del Sig. Chanrai, un indiano che mette subito le cose in chiaro con il nostro interlocutore circa il nostro lavoro e l’assistenza che deve esserci prestata. Desistiamo tuttavia rapidamente dallo studio e interpretazione della documentazione tecnica che ci viene sottoposta, arruffata e illeggibile. Meglio andare in fabbrica a vedere con i nostri occhi e a fare le rilevazioni del caso. Non vi annoierò con i dettagli del lavoro che svolgiamo senza soste per alcuni giorni, analizzando flussi di lavoro, layout, mezzi di trasporto, macchinario. Gianluigi cronometra i tempi delle principali lavorazioni, si ferma ad osservare le ragazze distribuendo smaglianti sorrisi a destra e a manca. Nonostante non parli una parola che non sia in torinese, fa domande che vengono comprese, ed egli stesso comprende le risposte in quel linguaggio di gesti che tutti i tecnici del mondo usano con disinvoltura. La richiesta specifica del Sig. Chanrai è di valutare la possibilità di aggiungere altre 300 persone per aumentare la produzione di un 50%. La sorprendente conclusione a cui io e Gianluigi giungiamo è che, per raggiungere tale obiettivo, occorra semplicemente riorganizzare la fabbrica e ridurre il personale di 200 unità. Ci mettiamo al lavoro per formalizzare le nostre proposte nell’ufficio del direttore filippino che collabora svogliatamente con noi. Prima di accomiatarci, egli ci dà un voluminoso pacco accuratamente sigillato da interi rotoli di nastro adesivo. Sono campioni di tessuti che abbiamo ricevuto dai fornitori e che vanno controllati in laboratorio, ci dice.

Li aspettano a Singapore. Visto che voi andate, potete farci la cortesia di portarli? Va beh, portiamo il pacco. Il volo Emirates da Colombo a Singapore è su un Boeing 747 semivuoto, nella migliore business class che abbia mai sperimentato. Io e Gianluigi celebriamo con aragosta e champagne, serviti da stupende hostess, mollemente sdraiati su gigantesche poltrone che ricordano i triclini delle ville romane di Pompei. Dopo pranzo, mentre sono un po’ assopito, mi accorgo che l’aereo ha iniziato la discesa. A quel punto dagli altoparlanti proviene un annuncio che suona pressappoco così: “Dear passengers, we are now approaching the Singapore international airport. We hope that you enjoyed flying Emirates. We warn you that, according to Singapore laws, detention and smuggling of drugs is punished with capital sentence” . Mi sveglio di colpo dal torpore. Gianluigi accanto a me sta sfogliando una rivista, ma non capisce una parola d’inglese e non ha fatto caso all’annuncio. Il pacco! Sì, il pacco di campioni di tessuto… Maledizione, occorreva controllare cosa ci fosse dentro prima di caricarlo sull’aereo. L’avessimo portato a bordo come bagaglio a mano ora potrei aprirlo, invece scioccamente l’abbiamo fatto mettere in stiva. No, quel filippino aveva una faccia che non mi garbava affatto. Hai visto come ci era ostile fin dal primo momento? E se ci avesse tirato un… pacco? Andiamo, non esageriamo, nessuno ti fa una cosa del genere… Tutto questo vado rimuginando, incerto se mettere Gianluigi a parte dei miei dubbi. Decido di non farlo. Una volta atterrati nel modernissimo aeroporto, ritiriamo il bagaglio. Prima di avviarci ai controlli, faccio a Gianluigi “Senti, ti spiace portarlo tu questo pacco?”. In fondo, caro amico, hai sei anni più di me che non sono pochi e te la sei spassata alla grande. Dovendo scegliere… Superati i controlli con lo scanner, si avvicinano due pastori tedeschi, orecchie diritte ed occhi vigili, ad annusare i nostri bagagli. Io passo per primo senza problemi, dietro di me c’è Gianluigi con il famoso pacco. Mi giro a guardare cosa succede e trattengo il fiato. I cani passano velocemente la valigia, poi si soffermano per quella che mi pare un’eternità sul pacco. Alla fine, mugolando si allontanano. Il pacco è “pulito”, è fatta!

Ammetto che quando – forse per scaricarmi la coscienza – ho rivelato la verità a Gianluigi, non l’ha presa per nulla bene. Sei un gran figlio di troia, mi ha detto. Per fortuna è un tipo che non serba rancore. Govind Chanrai, a cui abbiamo presentato le nostre conclusioni, non le ha adeguatamente apprezzate. Se licenziasse 200 operaie perderebbe tutti i contributi del governo. Deve anche essersi consultato con il suo direttore di stabilimento filippino che lo ha consigliato di non farne nulla. Il lavoro quindi non è andato avanti, addio giungla, addio tigri. In compenso è arrivato dopo un paio di mesi un grosso lavoro dal Brasile. Ho chiamato nuovamente Gianluigi il quale, come sempre, è stato felicissimo di partire con me. Ci siamo divertiti un mondo.

Gennaio 2013. Approfittando dei saldi, sto provando una giacca in Corso Venezia a Milano quando arriva una telefonata. E’ Gianluigi, a cui la settimana scorsa ho mandato via mail il racconto della nostra piccola avventura di 15 anni fa. Lui è appena tornato da un viaggio di lavoro a Istanbul dove si è beccato una tormenta di neve e vari gradi sotto zero. Mi dice che la storia lo ha molto divertito, c’erano dei dettagli di cui si era completamente dimenticato. “Però – aggiunge – mi pare che anche tu non ricordi proprio tutto, almeno c’è un pezzetto di storia che manca”. “Come? Quale pezzetto?”. “Eh, caro mio, la bolla”. “La bolla? Quale bolla?”. “La bolla di accompagnamento, no?”. “Ah, c’era la bolla di accompagnamento. E allora?”. “Eh sì, me lo ricordo bene quando tu passasti i controlli ed io ero dall’altra parte con il pacco e i cani che lo annusavano. Ma avevo in mano la bolla, e sulla bolla c’era il tuo nome, mica il mio!”.

 

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