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Una curiosa sensazione si è andata consolidando in me da quando ho cominciato a scrivere, a mano a mano che i racconti prendevano forma. Ho la sensazione, anzi la certezza, che lo scrittore non inventi nulla, le storie esistono già, come dimenticate in un misterioso scaffale dove lo scrittore deve andare a cercarle. Ricordate il racconto di Jorge Luis Borges “La Biblioteca di Babele”? Borges descrive una biblioteca spazialmente infinita composta di sale esagonali, che raccoglie disordinatamente tutti i possibili libri “in cui si susseguono sequenze di caratteri senza ordine, in tutte le possibili combinazioni.

Poiché i caratteri possono, per casualità, comporre frasi di senso compiuto, nella biblioteca esistono tutti i possibili libri, la storia minuziosa dell'avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri”. Lo scrittore che traversasse in una direzione qualsiasi la labirintica Biblioteca di Babele alla ricerca di una storia che dia corpo ai vaghi fantasmi che si agitano in lui, constaterebbe alla fine dei secoli non solo che la storia esiste, ma che di quella storia è presente anche ogni possibile variante. Poiché l’ordine con cui le diverse varianti si presentano è casuale, tra le migliaia di versioni possibili quella che l’autore arraffa non sarà quasi mai la versione ultima e perfetta, ne esisterà sempre una migliore in qualche altro scaffale. Avete presente Manzoni alle prese con i Promessi Sposi? Lui si incaponì, non smise mai di cercare nella Biblioteca. Naturalmente le leggi probabilistiche fanno sì che le storie che si trovano d’acchitto nella Biblioteca di Babele non siano proprio le migliori, il che spiega la qualità di molte di quelle che vediamo pubblicate in giro. D’altra parte, come vi spieghereste mai che un illustre sconosciuto possa tirare fuori all’improvviso un romanzo bellissimo, un grande capolavoro? Nell’infinita biblioteca, puoi anche avere un gran colpo di... come lo chiamereste voi? La prova diretta e indiretta di ciò è che, per quanto questi fortunati si arrabattino, le opere successive non saranno mai al livello della prima. Io ho cercato un bel po’, tant’è che ho cominciato a scrivere dopo i sessanta.  Alla fine, dopo avere tanto cercato, mi sono messo ad arraffare come capitava, chissà se sono stato bravo, se ho avuto fortuna. In questo libro le storie sono presentate nello stesso ordine in cui io le ho trovate, l’ultima si svolge a Nablus, e così l’ho chiamato “Un treno per Nablus”. Nella realtà non c’è nessun treno che porti a Nablus. Che significhi qualcosa? Invece la Biblioteca di Babele esiste eccome.


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Perché racconti, chiederete. In fondo tra tutte le storie di questa raccolta c’è un unico “filo rosso” che le collega, c’era materiale per un libro. Ma non sarebbe stata la stessa cosa. Scrivere un racconto è come correre i 100 metri: tutto si risolve in dieci secondi. Un libro è una maratona, tutta un’altra storia. Avete presente Linus? Lui dipingeva i suoi quadri in aria perché – spiegava – così aveva infinite possibilità espressive, non c’erano vincoli alla creatività. Per me il racconto è come un quadro di Linus, ti dà gradi di libertà che un libro non ti consentirebbe mai. Scatto, rincorsa e finale condensati in uno spazio brevissimo permettono un’efficacia espressiva impossibile nel romanzo. Se volete vederla in un altro modo, è la differenza tra l’azione di un commando di paracadutisti e lo sbarco in Normandia. Questo è il racconto. Almeno, così la penso io. Al lettore l’ardua sentenza.

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