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Sto facendo la doccia in un bagno che in tutto e per tutto somiglia al mio, quindi forse è proprio il mio. Mentre mi insapono la testa per farmi lo shampo, orrore! scopro di avere al polso sotto il getto d’acqua il Longines d’oro del 1958 lasciatomi da mio padre. La cosa mi sconvolge talmente che mi sveglio di colpo. Pfui, che spavento. Accendo la luce sul comodino, l’orologio è lì al suo posto, guardo l’ora, sono le sei del mattino, troppo presto per alzarmi. Ma anche troppo tardi per riaddormentarmi. Mi torna in mente la serata precedente, invitati a cena a casa di Dora e Antonio...


* * * * *

Con noi c’é un’altra coppia anziana piuttosto simpatica, Giancarlo e Piera. Durante l’aperitivo a base di Prosecco accenno al film “Romanzo di una strage” che io e Carla abbiamo appena visto al cinema. Un bel film, niente da dire, anche se la teoria delle due borse piene di esplosivo mi è parsa francamente cervellotica. Piazza Fontana, era il mitico 1969, la bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Chi se la dimentica, fu l’inizio degli Anni di Piombo...
Giancarlo e Piera annuiscono gentilmente mentre disquisisco sul film. Mi ricordo bene di quei fatti, il commissario Calabresi ammazzato qualche anno dopo proprio sotto casa della nostra amica Patrizia, l’anarchico Pinelli, Valpreda, il tassista Orlandi e tanti altri personaggi. Ancora oggi è tutto un fitto mistero. “E tu, dico a Giancarlo, di cosa ti occupi?”

Giancarlo è un bel signore dai capelli candidi che indossa con trascurata eleganza una giacca di tweed. “Oh beh, risponde, vorrai dire di cosa mi occupavo, perché mi sono ritirato da un pezzo e ora faccio il contadino. Vedi le bottiglie di rosso sulla tavola? Quella è la Barbera d’Asti che produco io. Poca roba, cinquemila bottiglie, ma ti assicuro che di lavoro ce ne va tanto”. Esita un po’, lo vedo sogghignare leggermente. “Hai toccato un argomento che mi è famigliare, sai cosa facevo?” Pausa. “Il direttore di banca”. Capisco che la storia non è finita, sto zitto perché continui. “E indovina dove?” Mi guarda in un modo che mi viene da dirgli: non dirmelo! “Eh sì, lavoravo proprio alla Banca Nazionale dell’Agricoltura”. “Ehi, aspetta un momento, vuoi dire nella sede di Piazza Fontana?”. “Sì”. “Vuoi dire che eri in Piazza Fontana quel giorno?”. “Era il 12 dicembre 1969, precisamente”. “Quando esplose la bomba?”. “Sì”.

Rimango a bocca aperta per la sorpresa. “E... non ti successe nulla?”. “Per fortuna io ero negli uffici al piano di sopra, avevo la vetrata che dava sull’androne che andò in frantumi, naturalmente fui ferito, l’onda d’urto mi sbatté per terra ma la balconata mi protesse, per un po’ restai stordito dalla violenza dell’esplosione”. Giancarlo si ferma, come se stesse rimestando nei ricordi. “Ma fu un attimo. Mi precipitai subito di sotto, e potete immaginare cosa vidi. Brandelli umani dappertutto. Forse non è il caso di raccontarvi queste cose ad ora di cena”. “Vai avanti” gli dico.

“Per fortuna parecchi erano ancora vivi. Non badai a nient’altro, non pensai ad altro, mi dedicai ai primi soccorsi. Tanti sopravvissuti sono rimasti scioccati, dovettero sottoporsi a cure psichiatriche. Io no. Ricordo tutto come fosse ieri, ma non ne ho patito conseguenze”.
Restiamo per un po’ in silenzio, con i bicchieri di Prosecco in mano ancora mezzo pieni, le bollicine che salgono lentamente dal fondo verso la superficie.
“La storia non è solo questa, interviene Piera, c’ero anch’io quel giorno”. Piera è una signora dai capelli rossi, una professoressa di inglese che è talmente professoressa di inglese che chiunque dovesse indovinare cosa fa direbbe senza esitare che fa la professoressa di inglese. Il fatto che sia da un pezzo in pensione è del tutto irrilevante. “Quel giorno avevo avuto lezione al pomeriggio alla scuola media dell’Umanitaria, avete presente, in Via Daverio”. Ho presente benissimo, vicino al Palazzo di Giustizia. “Bene, uscii un po’ dopo le quattro, diciamo le quattro e un quarto. Quel giorno ci avevano pagato la tredicesima, avevo l’assegno in borsa e dovevo passare in banca a versarlo. Chiaramente nella banca dove lavorava Giancarlo... Mi avviai per Via Freguglia, e lì incontrai una compagna di scuola che non vedevo da molto tempo. Sembrava una hyppie, con i jeans a fiori ed una pelliccetta un po’ malandata. Ci abbracciammo e ci raccontammo le solite cose. Beh, lei si era sposata con un pittore. Se c’è una cosa per cui dimentico tutto il resto, questa è l’arte. Prima di tutto la poesia, poi la pittura. Lei era così magra, certo suo marito non doveva guadagnare molto!”.
La cena è pronta, Dora urge gli ospiti a sedersi a tavola. “Vieni al punto” sollecita Antonio, che sa che Piera è una gran chiacchierona che tende un po’ a divagare quando racconta una cosa. “Sicuro che vengo al punto. Sai com’è, lei mi stava raccontando di suo marito e della vita che facevano in una comunità di artisti di Brera, quando è arrivato il tram. Mi disse che doveva prenderlo, era in ritardo. Guardai l’orologio e vidi che avevo tempo. Così salii con lei per farmi una fermata e lasciarle terminare il racconto. Poi scesi e ripresi il tram numero 27 in direzione opposta per tornare verso la banca, verso piazza Fontana...”. “E quando sei arrivata...” “Mentre mi avvicinavo cominciai a vedere macchine della polizia che sfrecciavano a sirene spiegate, poi passarono innumerevoli autoambulanze. C’era già folla davanti alla banca, tutte le vetrine in frantumi, fumo che usciva, un mare di vetri e di carte sparse in giro nella piazza, dentro la banca si vedeva solo nero e buio. C’era un cordone di vigili. Dissi che dentro c’era mio marito, ma non ci fu niente da fare, mi impedirono di avvicinarmi. Rimasi ad aspettare inebetita. Dopo un tempo interminabile lo vidi uscire, gli abiti strappati, la faccia ferita. Per fortuna non aveva nulla di grave”.
“Fammi capire, le chiedo, se non ti fossi fermata a parlare con la tua amica, quando saresti entrata in banca?”. “Verso le quattro e mezza, minuto più, minuto meno. Come di consueto avrei fatto chiamare Giancarlo, lui sarebbe sceso da basso per farmi firmare e avrebbe depositato l’assegno sul conto senza farmi fare la coda allo sportello.” “Uhm, e a che ora scoppiò la bomba?”. “Alle quattro e trentasette” dice Giancarlo asciutto.


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Dora arriva in sala con una trionfante pastasciutta alle vongole e cozze. Ci sediamo tutti a tavola con grande appetito, si stappano bottiglie di vino bianco. Agli spaghetti seguono gigantesche porzioni di tortino di acciughe e orata ripiena – Dora è abruzzese come noi e dopo quarant’anni non si è ancora adattata alle misere razioni milanesi – che si accompagnano benissimo con la Barbera giovane di Giancarlo. Girano attorno alla tavola innumerevoli chiacchiere. Tra breve ci sarà a Moncalvo, dove Giancarlo ha la vigna, un festival di poesia organizzato da Piera. Che ne diciamo di andarci?


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20 ottobre 1944. I 103 bombardieri B-24 Liberator partono alle otto del mattino dalla base di Castelluccio (Foggia) diretti verso Milano. La missione ha per obiettivo la distruzione degli stabilimenti Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, dove si producono motori d’aereo e armi pesanti. Ogni bombardiere porta un carico di oltre due tonnellate di bombe e la formazione vola a 10.000 metri per tenersi fuori dalla portata della contraerea. Nonostante i quadrimotori dispongano dei più sofisticati dispositivi di puntamento esistenti all’epoca, è chiaro che sganciare bombe da 10 km di altezza comporta una notevole imprecisione.


Gli obiettivi da colpire si trovano alla periferia nord della città, nel mezzo di zone fittamente abitate. Ma le vittime civili sono messe preventivamente nel conto. Alla fine del 1944, dopo che la guerra ha già mietuto milioni di morti, gli anglo-americani hanno fretta di chiudere i conti con i nazisti. La produzione delle aziende milanesi finisce in gran parte ai tedeschi, occorre porvi fine. Gli aerei americani arrivano sulla verticale dell’obiettivo verso le 11,00 provenendo da nord, dopo un lungo giro sulla Svizzera in modo da cogliere di sorpresa ciò che resta della difesa aerea nemica.
Per motivi mai chiariti, il gruppo di 35 bombardieri diretti sulla Breda sbaglia rotta e viene a trovarsi completamente fuori bersaglio. Le procedure di sicurezza imporrebbero agli aviatori in tali casi di liberarsi dell’intero carico di bombe, possibilmente in aperta campagna o in mare. Invece di aspettare, il comandante della formazione, colonnello James B. Knapp, prende l’incomprensibile e criminale decisione di scaricare le bombe sulla città. Circa 80 tonnellate di ordigni cadono sul quartiere di Gorla. Una bomba da 225 kg sfonda il tetto ed esplode nella tromba delle scale della Scuola Elementare Francesco Crispi uccidendo 184 dei 200 bambini presenti, oltre a tutti gli insegnanti.


Piera ha sei anni e frequenta la prima elementare presso la Francesco Crispi. Dopo l’esplosione la scuola è ridotta ad un cumulo di macerie. La bimba ne esce con pochi graffi, un autentico miracolo...

 

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