I cookies ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookies.
In che modo Oscar Marcheggiani utilizza i cookie:
Un cookie è un breve testo inviato al tuo browser da un sito web visitato. Consente al sito di memorizzare informazioni sulla tua visita, come la tua lingua preferita e altre impostazioni. Ciò può facilitare la tua visita successiva e aumentare l'utilità del sito a tuo favore. I cookie svolgono un ruolo importante. Senza di essi, l'utilizzo del Web sarebbe un'esperienza molto più frustrante.
I cookie vengono utilizzati per vari scopi. Li utilizziamo, ad esempio, per memorizzare le tue preferenze per SafeSearch, per rendere più pertinenti gli annunci che visualizzi, per contare il numero di visitatori che riceviamo su una pagina, per aiutarti a registrarti ai nostri servizi e per proteggere i tuoi dati.
Le nostre norme sulla privacy spiegano come tuteliamo la tua privacy durante l'utilizzo di cookie e altre informazioni.
Puoi visualizzare qui sotto un elenco dei tipi di cookie:
Nel tuo browser potrebbero essere memorizzati alcuni o tutti i cookie elencati qui di seguito. Puoi visualizzare e gestire i cookie nel tuo browser (anche se è possibile che i browser per dispositivi mobili non offrano questa visibilità).
Preferenze: Questi cookie permettono ai siti web di memorizzare informazioni che modificano il comportamento o l'aspetto dei siti stessi, come la lingua preferita o l'area geografica in cui ti trovi. Memorizzando l'area geografica, ad esempio, un sito web potrebbe essere in grado di offrirti previsioni meteo locali o notizie sul traffico locale. I cookie possono anche aiutarti a modificare le dimensioni del testo, il tipo di carattere e altre parti personalizzabili delle pagine web.La perdita delle informazioni memorizzate in un cookie delle preferenze potrebbe rendere meno funzionale l'esperienza sul sito web ma non dovrebbe comprometterne il funzionamento.
Sicurezza: i cookie di sicurezza sono utilizzati per autenticare gli utenti, prevenire l'uso fraudolento delle credenziali di accesso e proteggere i dati degli utenti da soggetti non autorizzati. La combinazione di questi due cookie permette di bloccare molti tipi di attacchi, ad esempio i tentativi di rubare i contenuti dei moduli che completi sulle pagine web.
Processi: I cookie dei processi contribuiscono al funzionamento dei siti web e all'offerta dei servizi che i visitatori si aspettano di trovarvi, ad esempio la possibilità di navigare tra le pagine o di accedere ad aree protette del sito. Senza questi cookie, il sito non può funzionare correttamente.
Stato della sessione: I siti web spesso raccolgono informazioni sul modo in cui gli utenti interagiscono con essi. Ciò può includere le pagine visitate più spessodagli utenti e l'eventualità che gli utenti ricevano messaggi di errore da determinate pagine. Utilizziamo questi "cookie relativi allo stato della sessione" per migliorare i nostri servizi e l'esperienza di navigazione dei nostri utenti. Il blocco o l'eliminazione di questi cookie non renderà inutilizzabile il sito web.
Analytics: Google Analytics è uno strumento di analisi di Google che aiuta i proprietari di siti web e app a capire come i visitatori interagiscono con i contenuti di loro proprietà. Si può utilizzare un set di cookie per raccogliere informazioni e generare statistiche di utilizzo del sito web senza identificazione personale dei singoli visitatori da parte di Google.
Gestione dei cookie nel browser:
Alcune persone preferiscono non abilitare i cookie e per questo motivo quasi tutti i browser offrono la possibilità di gestirli in modo da rispettare le preferenze degli utenti.In alcuni browser è possibile impostare regole per gestire i cookie sito per sito, opzione che ti offre un controllo più preciso sulla tua privacy. Ciò significa che puoi disabilitare i cookie di tutti i siti, ad eccezione di quelli di cui ti fidi.Nel browser Google Chrome, il menu Strumenti contiene l'opzione Cancella dati di navigazione. Puoi utilizzare questa opzione per eliminare i cookie e altri dati di siti e plug-in, inclusi i dati memorizzati sul tuo dispositivo da Adobe Flash Player (comunemente noti come cookie Flash). Consulta le nostre istruzioni per la gestione dei cookie in Chrome.
Un'altra funzione di Chrome è la sua modalità di navigazione in incognito. Puoi navigare in modalità in incognito quando non vuoi che le tue visite ai siti web o i tuoi download vengano registrati nelle cronologie di navigazione e dei download. Tutti i cookie creati in modalità di navigazione in incognito vengono eliminati dopo la chiusura di tutte le finestre di navigazione in incognito.

 

“La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? ... Le cause di questa situazione rimangono non identificate, non chiarite, … spinte in secondo piano dinanzi alla … minaccia dall'esterno… l'Ovest minacciato dall'Est, l'Est minacciato dall'Ovest.

Egualmente ovvio è il bisogno di essere preparati, di vivere sull'orlo della guerra, … Ci si sottomette alla produzione in tempo di pace dei mezzi di distruzione… Se si tenta di porre in relazione le cause del pericolo con il modo in cui la società è organizzata…, ci troviamo immediatamente dinanzi al fatto che la società industriale avanzata diventa più ricca… a mano a mano che perpetua il pericolo… i nostri mezzi di comunicazione di massa trovano poche difficoltà nel vendere interessi particolari come fossero quelli di tutti gli uomini ragionevoli.

E tuttavia questa società è, nell'insieme, irrazionale. La sua produttività tende a distruggere il libero sviluppo di facoltà e bisogni umani, la sua pace è mantenuta da una costante minaccia di guerra, la sua crescita si fonda sulla repressione delle possibilità più vere per rendere pacifica la lotta per l'esistenza individuale, nazionale e internazionale.

Questa repressione opera oggi … da una posizione di forza. Le capacità intellettuali e materiali della società contemporanea sono smisuratamente più grandi di quanto siano mai state, e ciò significa che la portata del dominio della società sull’individuo è smisuratamente più grande di quanto sia mai stata”.

(da Herbert Marcuse "L'uomo a una dimensione", 1964).

 


* * * * *

Roma, 23 maggio 1968, sera tardi: siamo una trentina di studenti in un’aula per lezioni del primo piano della Facoltà di Ingegneria , in cima al Colle Oppio, giusto sopra il Colosseo. L’occupazione della nostra facoltà, buona ultima dopo Architettura, Lettere, Matematica, Medicina e tutte le altre, andava avanti da alcuni giorni e si avvertivano già sintomi di stanchezza. E non c’era mica tanto da sforzarsi per capire dove fosse il nocciolo del problema. Contrariamente a tutte le altre facoltà, da noi non c’era neppure uno straccio di studentessa a sollevarti il morale. Tutti maschi, squallidissimi maschi. Da Architettura e da Lettere arrivavano voci incontrollate di cose fantastiche, cose incredibili, cos’e pazz. Sesso libero, sesso democratico, sesso di gruppo, notti di fuoco all’insegna della scopata proletaria. C’era carburante per far andare avanti l’occupazione di Architettura, si favoleggiava, per un anno intero. Noi dopo neanche una settimana eravamo già alla frutta. Il pensiero di quelli di Architettura – c’era già un’antica ruggine tra di noi ingegneri e gli architetti – ci faceva venire la bava alla bocca. Qualcuno aveva provato a portarsi in facoltà la ragazza, ma con l’aria che tirava – sesso democratico significa che si scopa tutti, no? – la poveretta aveva battuto precipitosamente in ritirata. Insomma, una depressione.

 

Quella sera per fortuna un collega aveva portato un piccolo televisore. C’era da Rotterdam la finale di Coppa delle Coppe tra Milan e Amburgo. Il Milan si presentava con la sua migliore formazione: Cudicini, Anquilletti, Rosato, Trapattoni, Schnellinger, Lodetti, Rivera, Hamrin, Sormani, Prati. Il Milan imbroccò una partenza prodigiosa con reti di Hamrin al 3° e al 19° minuto. L’Amburgo per un po’ barcollò come ubriaco, ma poi i tedeschi si ripresero e diedero filo da torcere al Milan fino all’ultimo minuto, senza però riuscire a segnare. Finì dunque 2-0 e il Milan vinse la Coppa. Grande partita. Spento il televisore, restammo davanti ai finestroni spalancati sui chiostri del cortile da cui arrivava il fresco ponentino romano, a chiacchierare e a fumare Gauloises. Chissà perché, con l’arrivo della contestazione occorreva darsi un contegno e avevamo quasi tutti sostituito le Nazionali con queste pestifere sigarette francesi dal tabacco nero senza filtro che ti bruciava la gola. Un certo numero di noi rimaneva a rotazione a presidiare la facoltà e i designati si erano portati i sacchi a pelo. Tuttavia tiravamo a fargli compagnia per un po’ continuando a cazzeggiare del più e del meno. Poi, piano piano, gli argomenti scemarono…
Ma com’era cominciata tutta questa faccenda? Beh, è duro ammettere che è passato quasi mezzo secolo. Io c’ero e cercherò di raccontarvelo.


* * * * *


I movimenti studenteschi iniziarono negli Stati Uniti – precisamente a Berkeley nel 1964 – su due temi di fondo: la contestazione della società dei consumi e i diritti civili, a cui ben presto si aggiunse la guerra del Vietnam. Il messaggio ideologico che giunse forte e chiaro a noi che eravamo al di qua dell’Atlantico fu quello di Marcuse: il rifiuto dell’autoritarismo, di ogni forma di repressione, della stessa civiltà tecnologica, sostanziato dalla volontà di un cambiamento radicale che consentisse finalmente la partecipazione “dal basso” delle masse proletarie ai processi decisionali. Un concetto marcusiano che affascinò molto noi sessantottini italiani repressi dall’andazzo benpensante dell’epoca fu quello della "liberazione dell'eros", inteso non solo come liberazione sessuale (che tuttavia ci interessava moltissimo), ma come liberazione delle energie creative dell'uomo dal condizionamento della società repressiva. Insomma, il pensiero di Marcuse dava voce e inquadramento filosofico a quelle che sono state le spinte di tutte le generazioni giovanili in tutti i tempi, trovando nel ’68 uno straordinario terreno di coltura. Indubbiamente quell’uomo era un genio, ci pareva allora che avesse ragione su tutto, anche se pochi di noi si erano presi il disturbo di leggerlo e capirlo fino in fondo.
In ltalia il Movimento Studentesco si sviluppò gradualmente a partire dal 1966. Tappe principali:
1.    Gennaio 1966: occupazione della facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. Trento era sede della prima facoltà di Sociologia in Italia, campo di studi guardato con sospetto dalla sinistra tradizionale perché considerato espressione della cultura borghese. Per la prima volta, inoltre, erano stati ammessi a Trento studenti degli istituti tecnici, con conseguente aumento della componente “proletaria” nella popolazione universitaria, fatto che ebbe notevole importanza nella protesta. Obiettivo immediato fu la contestazione della Riforma Gui, che rafforzava la direzione centralizzata dell’istruzione, mentre gli studenti chiedevano un’immediata democratizzazione dell’università, l’introduzione di rappresentanze di tutte le componenti negli organi di governo, e la garanzia della libertà di espressione culturale e politica in nome di “un sapere critico e non nozionistico, autoritario e borghese”.
2.    Gennaio 1967: occupazione della facoltà di Chimica e Fisica dell’Università di Pisa. La manifestazione aveva l’obiettivo di impedire la Conferenza Nazionale dei Rettori che stava per essere inaugurata a Pisa in quei giorni. Venne teorizzato un nuovo modello di politica studentesca consistente in: costruzione di un sindacato studentesco con la funzione di controllo della formazione dello studente; definizione dello studente come forza lavoro nel processo di addestramento e come figura sociale subordinata, e quindi meritevole di essere retribuito per il suo lavoro produttivo; contestazione dell’organizzazione universitaria ipotizzata dalla riforma Gui. Per la prima volta nel dopoguerra le forze di polizia intervennero nell’ateneo per sgomberarlo.
3.    Novembre 1967: occupazione dell’Università Cattolica di Milano per protestare contro l’aumento del 50 per cento delle tasse universitarie. Aumento che veniva visto come un’ingiustizia sociale, in quanto mirava ad escludere dall’istruzione superiore i più poveri.
4.    Novembre 1967: occupazione della sede centrale dell’Università di Torino, Palazzo Campana. La protesta ebbe diverse motivazioni, dall’aumento delle tasse universitarie alla rivendicazione di una rappresentanza studentesca negli organi di gestione dell’università, fino ad una critica severa dell’insegnamento tradizionale. Secondo gli studenti torinesi l’Università funzionava “come uno strumento di manipolazione ideologica e politica teso ad installare uno spirito di subordinazione rispetto al potere. Lo studente credeva di andare all’università per imparare la storia, il diritto, la fisica, la medicina, e invece apprendeva soprattutto ad obbedire”.
5.    Febbraio 1968: occupazione dell’Università Statale di Milano, dove le richieste del movimento studentesco si andarono sempre più focalizzando su nuovi diritti di partecipazione, lotta contro l’autoritarismo accademico, programmi gestiti dagli studenti nei quali i professori sarebbero stati poco più che delle comparse… La radicalizzazione della protesta diede luogo ai primi episodi di violenza tra studenti e polizia.
6.    Marzo 1968: battaglia di Valle Giulia, Roma. Con i fatti di Valle Giulia (sede della facoltà di Architettura) il movimento studentesco si spostò definitivamente dal piano della protesta universitaria a quello della contrapposizione frontale con l’intero assetto sociale. Nel mese di febbraio la facoltà di Architettura era stata occupata dagli studenti, e successivamente (29 febbraio) sgomberata dalla polizia chiamata dal rettore Agostino D’Avack. Il giorno dopo, 1° marzo, circa 4.000 persone si radunarono in Piazza di Spagna formando due cortei, uno dei quali si diresse verso Valle Giulia, l’altro verso la Città Universitaria con l’intenzione di riprendere l’occupazione delle facoltà. Giunti alle loro mete, gli studenti si trovarono davanti a imponenti cordoni di polizia. Si scatenarono violentissime battaglie testimoniate da oltre 600 feriti di ambo le parti (miracolosamente non ci scappò il morto), e dozzine di automezzi incendiati, tra cui numerose camionette della polizia. La battaglia fu condotta sia da studenti di estrema destra (Avanguardia Nazionale), guidati da Stefano delle Chiaie, che dal Movimento Studentesco. Di quest’ultimo facevano parte alcuni giovani destinati a diventare famosi: Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Ernesto Galli della Loggia, Oreste Scalzone e molti altri. Tra i poliziotti che fronteggiarono gli studenti c’era il futuro attore Michele Placido.
La cosa sorprendente fu che, per la prima volta, gli studenti furono in grado di reggere le cariche della polizia e di contrattaccare. Nonostante gli sforzi, la facoltà di Architettura a Valle Giulia rimase nelle mani della polizia , ma gli studenti batterono le forze dell’ordine alla Città Universitaria. Avanguardia Nazionale occupò la facoltà di Giurisprudenza, mentre il Movimento conquistò la facoltà di Lettere. Inoltre Architettura venne rioccupata dopo qualche settimana.
Il risultato principale della battaglia di Valle Giulia fu che, attraverso le azioni di protesta, il Movimento dimostrò che “coloro che osavano” avevano successo, dando chiara dimostrazione di quanto il sistema fosse vulnerabile. In rapida successione manifestazioni studentesche e occupazioni si verificarono in tutte le università d’Italia, trainate anche da quanto stava succedendo all’estero. Il 2 maggio c’era stata l’occupazione della Sorbona a Parigi che diede l’avvio al famoso “maggio parigino”, un mese di imponenti proteste che spesso sfociarono in duri scontri con la polizia. I disordini si estesero alla Germania e l’ondata libertaria ebbe di certo influenza sulla primavera di Praga. Davanti alla vastità del fenomeno le forze di polizia, in Italia come altrove, erano impotenti.
E’ in questo quadro che la facoltà di Ingegneria di Roma, tradizionalmente un’oasi di moderazione, fu investita dal vento tempestoso della contestazione. Fu così che mi trovai immerso fino al collo in quell’indimenticabile ’68. Tenni persino un discorso infuocato, infarcito di demagogia e luoghi comuni com'era d'obbligo all'epoca, nell’assemblea generale degli studenti in Aula Magna, assemblea che segnò l’inizio della contestazione a San Pietro in Vincoli. Il discorso fu un gran successo, tanto che il testo venne esposto in bacheca e diventò una specie di manifesto delle rivendicazioni studentesche. Non ne serbo traccia, ma non fu una gran perdita.

 

* * * * *

Non ricordo esattamente come fu, in quella languida sera del 23 maggio, con il ponentino che arrivava dai finestroni spalancati e già portava i primi sentori dell’estate, che a qualcuno venne in mente di organizzare un totoscopa. Sarà stato che, finita la partita di Coppa delle Coppe, non avevamo granché di cui parlare, se non fantasticare su cosa stessero facendo in quel preciso momento i colleghi di Lettere e Architettura (stramaledetti architetti!) impegnati nelle fatiche notturne dell’occupazione delle rispettive facoltà. Ma poiché ingegneria viene da “ingegno”, l’idea vincente per animare la serata saltò finalmente fuori. Cosa fosse un totoscopa è presto detto. Stabilita una quota, mi pare duecento lire a testa, fu costituito un monte premi che arrivò – se non ricordo male – all’astronomica cifra di cinquemila lire. Ciascuno scrisse su un bigliettino il proprio nome, e i bigliettini accuratamente piegati vennero messi in una bacinella smaltata reperita nel vicino laboratorio di Metallurgia. L’estrazione del bigliettino vincente fu accompagnata da una certa suspense. Fui io a proclamare solennemente il nome del vincitore, il quale venne omaggiato da tutti i colleghi con pacche sulle spalle e grida di sfottò che ho ritegno a riferirvi.
A questo punto lasciammo a presidio dell’aula una solitaria sentinella e ci avviammo verso le auto parcheggiate nella piazzetta antistante la facoltà. Davanti all’ingresso principale c’erano le camionette della polizia, ma né noi né loro avevamo voglia di darci noia. I poliziotti sembrarono non fare minimamente caso a quel folto gruppo di studenti che usciva con aria festante in piena notte. Si formò dunque un piccolo corteo di auto, forse 4 o 5, che da Colle Oppio scese al Colosseo. Dovete sapere che per arrivare alle Terme di Caracalla, che erano la nostra meta, occorre fare una delle strade più belle al mondo. Girammo attorno al Colosseo (allora era consentito), dall’arco di Costantino imboccammo la Passeggiata Archeologica con il Palatino a destra e il Celio a sinistra, giungemmo all’obelisco di Axum  e svoltammo per Caracalla. In tutto non ci vollero più di dieci minuti. Il romano imperatore, che lasciò di sé queste terme bellissime oltre ad innumerevoli ritratti che ne fanno uno dei volti più conosciuti di tutta l’antichità, non poteva immaginare che dopo quasi diciotto secoli i piaceri a cui i sudditi si sarebbero dedicati subissero una tale trasformazione. Ai suoi tempi le terme erano un luogo smagliante di piscine, mosaici, saune, affollato da gente beneducata che accompagnava i bagni e la cura del corpo con discussioni d’affari e l’intrattenimento di relazioni sociali. Di quelle splendide costruzioni rivestite di marmi restano oggi ruderi di mattoni e poche imponenti arcate immerse nel verde. Ma nel 1968 quel luogo, bellissimo nonostante la rovina in cui si trova, era frequentato da dozzine di fanciulle che esercitavano la più antica professione del mondo, e da innumerevoli automobili i cui conducenti cercavano a Caracalla il trastullo degli umani sensi.
Il nostro piccolo corteo di auto – su quella di testa c’era il vincitore del totoscopa che fieramente si ergeva dal tettuccio della 500 – percorse in rassegna l’offerta della serata che non mancava di attrattive. Infine il nostro eroe operò oculatamente la sua scelta, scese agilmente dalla vettura, parlottò con la prescelta (non mancò l’offerta della controparte di una prestazione di gruppo con opportuni sconti, che venne gentilmente declinata) e si avviarono insieme dietro un rudere contornato da oleandri e pitosfori. Cosa avvenne possiamo solo immaginarlo. Vengono in mente i versi con cui De André cantò il ritorno del re Carlo Martello dalla battaglia di Poitiers: “Cavaliere egli era assai valente, ed anche in quel frangente d’onor si ricoprì”. Insomma l’eroe ricomparve dopo una decina di minuti e tutti lo osannammo con grandi grida, fischi e qualche ululato.
Riprendemmo la strada dell’università strombazzando i clacson. Con quanto era avanzato dalla lotteria – allora il sesso era veramente a buon mercato – comprammo in un bar due bottiglie di brandy Stock 84 (il più economico in commercio) per coronare la serata con un po’ di baldoria. I poliziotti non ci degnarono di uno sguardo quando rientrammo in facoltà. La serata era ancora lunga sia per noi che per loro.
Fu così che, in quella notte di maggio, gli ingegneri credettero di sconfiggere la noia, forse per dispetto ad architetti e letterati.


* * * * *


Lo spirito goliardico che animò i primi tempi della contestazione studentesca ben presto si perse. Il movimento si politicizzò, studenti di destra e sinistra – che inizialmente avevano solidarizzato nella protesta – si divisero e presero a darsele di santa ragione. Gli episodi di violenza si aggravarono e si spostarono nelle fabbriche. Arrivò “l’autunno caldo” del ’69. La strage di Piazza Fontana, alla fine di quello stesso anno, segnò l’inizio di una nuova epoca, assai peggiore della precedente. Oltre a piantare i semi avvelenati che sbocciarono negli anni di piombo e nel terrorismo, il ’68 introdusse fondamentali distorsioni nella politica, nella vita civile, nella scuola, nell’educazione dei figli, distorsioni che provocarono danni nella società italiana che durano ancora oggi. Molti allora si accorsero che Marcuse non era stato per niente un genio, niente di quanto aveva predicato si era realizzato né mai avrebbe potuto.
I miti del ’68 crollarono uno dietro l’altro. La Cuba di Che Guevara  si rivelò una prigione a cielo aperto per milioni dei suoi abitanti, centinaia di migliaia di Cubani fuggirono con ogni mezzo  trovando spesso la morte nel tratto di mare che separa l’isola dalla Florida, oltre 15.000 detenuti politici vennero fucilati dal regime castrista.
Gli orrori del sud-est asiatico finalmente “liberato” nel 1975 dall’occupazione imperialista americana furono assai superiori alle piccole vicende di Cuba, benché rimossi dalla (cattiva) coscienza collettiva delle sinistre concentrata in quegli anni sulle nefandezze, tutto sommato modeste, di Pinochet.  Poiché le guerre che si svolsero in quel teatro ebbero tanta parte nelle rivolte studentesche del ’68, vale la pena di rinfrescare la memoria di chi ci legge. Pressoché contemporaneamente, nell’aprile 1975, Pham Van Dong e Pol Pot riconquistarono rispettivamente il Sud Vietnam e la Cambogia. Pol Pot ed i suoi Khmer Rossi avviarono un “repulisti” generale della società cambogiana con deportazione di massa delle popolazioni urbane nelle campagne e l’assassinio sistematico di tutti coloro che per una ragione o per l’altra (bastava saper leggere e scrivere) fossero sospettati di connivenza con l’ideologia capitalista. Il risultato, degno di nota dato l’utilizzo di tecnologie assai rudimentali, fu la soppressione di due milioni di persone in larghissima parte innocenti su una popolazione di otto milioni. Non fu tuttavia per questi efferati delitti, bensì per banali rivendicazioni territoriali nei confronti del vicino Vietnam, che i Vietnamiti di Pham Van Dong invasero la Cambogia nel dicembre 1978, portando alla deposizione di Pol Pot. Per completare il quadro della solidarietà socialista in Asia, a febbraio ’79 i Cinesi invasero le regioni settentrionali del Vietnam, un’operazione prevalentemente dimostrativa per costringere i Vietnamiti a darsi una calmata, visto che quel brav’uomo di Pol Pot era loro alleato.
Quadro completo? Macché. Tra il 1977 e il 1979 furono circa 800.000 i “boat people” che fuggirono dal Sud Vietnam finalmente libero, diretti verso Tailandia, Filippine, Singapore, spesso respinti in mare da tali paesi e periti a decine di migliaia.
 Infine, tra il 1966 e il 1970 la “Rivoluzione Culturale” di Mao causò 50 milioni di vittime, a cui occorre aggiungere i circa 20 milioni già provocati dal “Grande balzo in avanti” tra il ’58 e il 60, il più grande massacro di tutti i tempi. Roba da far impallidire di umiliazione Hitler, Stalin e Pol Pot messi insieme.

* * * * *


Un pensiero mi accompagnò per tutti quegli anni: il ’68 andò esattamente come il nostro totoscopa di San Pietro in Vincoli. A puttane. Ecco come andò.

ACQUISTA I LIBRI di Oscar Marcheggiani