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Giudea e Samaria sono due regioni bibliche che oggi si trovano in gran parte in Cisgiordania, ovvero nei territori arabi occupati da Israele. Questi territori sono fuori dai normali itinerari turistici. Tuttavia non può esserci un viaggio “vero” in Israele senza visitare queste terre. E’ così che, avendo deciso di recarci in Israele lo scorso mese di ottobre, cerchiamo di prendere informazioni. L’ambasciata italiana di Gerusalemme sconsiglia tassativamente di andarci: troppo pericoloso. Lo stesso da parte delle guide israeliane che  ho prenotato nelle varie tappe. Tranne Betlemme, meta super turistica alle porte di Gerusalemme, ogni altro luogo nei “territori” viene sconsigliato. Non sono convinto, mi rivolgo ai servizi di sicurezza israeliani. Costoro mi dicono che in diverse città come Ramallah, Gerico, Hebron è complicato andare perché a) ci sono posti di blocco che spesso non lasciano passare in funzione delle tensioni locali, b) l’assicurazione delle auto a noleggio non è valida. Unica eccezione: Nablus. Attenzione però, girare in quei luoghi con una targa israeliana può attirare attenzioni sgradite. Cioè? Beh, magari i ragazzini ti tirano dei sassi. Ma la cosa non è frequente, dicono i servizi di sicurezza, e poi i sassi generalmente non sono grossi. Accenno di tutto questo – minimizzando – a mia moglie Carla che non fa storie. Vada per Nablus. L’albergatore a cui telefono per prenotare è entusiasta di riceverci.

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Arriviamo a Nablus il 19 ottobre, dopo un ampio giro che nei giorni precedenti ci ha portati lungo la costa mediterranea, Cesarea, Haifa, San Giovanni d’Acri, per poi addentrarci in Galilea attraverso Baram (sul confine libanese), Safed, Tiberiade. Nel primo pomeriggio del 19 imbocchiamo verso sud l’autostrada che costeggia il fiume Giordano.

La temperatura è estiva, 30-35°. Poco dopo aver superato Beit She’an c’è un posto di blocco dell’esercito con controllo passaporti e breve interrogatorio. Passiamo senza problemi. Il paesaggio, che fino a poco fa è stato verde di palmeti e uliveti, diventa desertico con un cambiamento improvviso e surreale. Il traffico è rarefatto. Di tanto in tanto tra le pietraie sorge un villaggetto di baracche. Dietro la rete di protezione dell’autostrada un ragazzino arabo ci saluta.
Dopo una cinquantina di chilometri arriviamo ad un bivio: diritto c’è Gerusalemme, a destra Nablus. Giriamo a destra. È difficile descrivere la desolazione, la solitudine di questi luoghi. La strada è ottima, corre con ampi curvoni in mezzo alle montagne brulle. Noto che le rare vetture che incontriamo hanno targhe bianche, la nostra è gialla, grande, troppo evidente. Guido veloce la piccola Hyundai, sorvegliando la situazione in tutte le direzioni, senza dare a vedere a Carla una certa mia ansia. Ad un certo punto, all’improvviso, mi trovo alle costole un camion. Schiaccio a fondo per distanziare l’intruso, ma quello niente, mi sta incollato dietro. Poi d’improvviso scompare in una traversa laterale sterrata in un gran polverone. La cosa si ripete ancora una volta, io pigio l’acceleratore a tavoletta per non farmi superare.
Verso le quattro veniamo fermati ad un posto di blocco. Da solo al centro di un incrocio nel mezzo del nulla c’è un soldato israeliano giovanissimo e barbuto, a capo scoperto con un enorme fucile mitragliatore. Non possiamo passare di qui. Ma come, protesto, ci avevano detto che non c’erano problemi. Il soldato dice che per andare a Nablus bisogna tornare indietro, fare un giro verso sud e risalire lungo un’altra strada. Poi ci chiede da dove veniamo. Italia. Italia? Mussolini! Esclama. Spiego che adesso c’è Berlusconi. Si batte una mano sulla fronte. Berlusconi! Gli piacciono le donne, eh? Questa conversazione nel deserto ha un che di improbabile.
Torniamo indietro seguendo le indicazioni del soldato. Per fortuna i cartelli stradali sono anche in inglese. Qui c’è la stessa ora dell’Italia nonostante siamo a 2500 km verso oriente, la sera scende prestissimo sui monti della Samaria. A mano a mano che ci avviciniamo a Nablus il deserto lascia spazio ad una stentata vegetazione, il traffico aumenta. È notte fonda quando raggiungiamo i sobborghi della città ed un nuovo posto di blocco. In uscita da Nablus c’è una lunghissima coda di auto, noi passiamo senza problemi. Per una cifra irrisoria un tassista agganciato al volo ci porta all’albergo.
Dopo avere sbrigato le formalità, esserci sistemati e rinfrescati, ci accingiamo ad uscire per una passeggiata in città e sceglierci un ottimo ristorante per cena. Uscire dall’albergo è agghiacciante. Sono solo le sei, ma la città è completamente deserta e silenziosa. Sembra il film E venne l’ultimo giorno.


Rientriamo in albergo, dice Carla. Su mia insistenza riusciamo a fare il giro dell’isolato scattando qualche foto spettrale. In attesa della cena, approfitto per bere una birra (analcolica) e scambiare due chiacchiere con il direttore dell’albergo.
Mohammad è un uomo di trent’anni di bell’aspetto, che parla un ottimo inglese. Gli chiedo come vanno le cose nei territori occupati. La situazione, spiega Mohammad, non è difficile, è tragica. Gli arabi non solo non hanno una patria, vivono imprigionati, non possono muoversi neppure all’interno dei territori. Per andare a Ramallah, un tragitto normalmente di 45 minuti, ci vogliono 4 ore, e altrettante per tornare, quando si passa ai posti di blocco. Perché talvolta le forze occupanti decidono a loro insindacabile giudizio che non si passa e buonanotte. Gestire un’attività, o semplicemente lavorare, è quasi impossibile. Infatti c’è il 70% di disoccupazione. I ragazzi neppure vogliono più andare a scuola, tanto non serve, non c’è speranza nel futuro, non c’è futuro . E lui, la sua famiglia? Mohammad viene da una famiglia di profughi, fuggiti da Haifa durante la guerra del 1947-48. La famiglia vive ancora nel campo profughi di Balata, costituito nel 1950 alla periferia della città e dove ci sono oltre 20.000 rifugiati. E come mai, gli chiedo, dopo 62 anni vivete ancora in un campo profughi? Noi non siamo di Nablus, mi risponde, noi siamo di Haifa e vogliamo tornare nella nostra casa di Haifa da cui vengono la mia famiglia ed i miei antenati. Ma è assurdo, obietto, la tua casa probabilmente non c’è più, adesso quello è un altro paese, c’è un altro popolo, si parla un’altra lingua. Amico mio, la vostra situazione, per quanto tristissima, non è diversa da quella di milioni di italiani, tedeschi, polacchi, ungheresi, indiani, pachistani che dopo la guerra dovettero lasciare le case dove erano nati, e andare a stare altrove. Tutti questi popoli ad un certo punto si sono adattati a vivere altrove, c’erano i figli da crescere, la necessità di guardare avanti. Così hanno rinunciato a tornare nei luoghi dove erano nati e oggi vivono in pace. Perché non in Palestina? Perché? Hanno voluto dare una patria agli ebrei, mi risponde, e questo lo posso anche capire. Ma perché non gli hanno dato una patria in Europa quelli che li avevano massacrati, invece di cacciare noi dalle nostre case? Cosa c’entravamo noi? Perché abbiamo dovuto pagare noi? E poi c’è stato un altro problema. Mentre i profughi italiani avevano l’Italia dove andare, i tedeschi avevano la Germania e così via, e sono rimasti cittadini italiani o tedeschi con tutti i diritti, i palestinesi non sono stati accettati dai paesi arabi confinanti come loro concittadini. Hanno preferito tenerli nei campi profughi per paura o convenienza politica.
Non insisto sulle inesattezze della ricostruzione di Mohammad, che glissa sul fatto che nei territori assegnati ad Israele dall’ONU nel 1947 gli ebrei erano la maggioranza della popolazione. Inoltre da un lato egli considera lo stato di Israele come responsabile principale dei guai palestinesi, dall’altro ammette che sono stati i fratelli arabi a chiudere i palestinesi nei campi profughi per 60 anni, rendendo lo status di profugo – unico caso nel mondo – ereditario di padre in figlio. Ricordo di avere letto da qualche parte che la maggioranza degli arabi lasciarono volontariamente le loro case nel 1948 dietro invito delle 7 nazioni arabe che stavano attaccando Israele per avere mano libera nelle operazioni militari che – pensavano – si sarebbero presto concluse in modo vittorioso, cosicché tutti sarebbero tornati di lì a poco nelle loro case. Ma la verità si è persa nel tempo, l’assurdità della situazione attuale si è talmente aggrovigliata su se stessa che una visione obiettiva delle cose sembra diventata non tanto difficile quanto inutile.
Gli chiedo se è sposato, se ha figli. Sì, è sposato con una cittadina inglese che si era stabilita a Nablus. Poi però non le hanno rinnovato il visto ed è dovuta tornare in Inghilterra. Solo una volta le autorità israeliane le hanno dato un breve visto turistico ed hanno potuto rincontrarsi nuovamente. Per lui non c’è alcuna possibilità di poter andare in Inghilterra. Ovviamente in questa situazione ha scelto di non avere figli, che sono la gioia più grande per un arabo.
Mohammad ci lascia e noi ceniamo scambiando poche parole, ancora pensierosi su quanto abbiamo udito.
L’indomani mattina, 20 ottobre, è lo stesso Mohammad che ci fa da guida per Nablus. La luce del giorno ha trasformato la città, mille botteghe si sono aperte e mille mercanzie multicolori hanno invaso le strade ed i vicoli. Nonostante il risveglio, ristagna tuttavia un’aria di non allegria, i rumori sono ovattati, c’è poca gente in giro. Mohammad ci porta a visitare i quartieri della città vecchia fatti di stradine, sottopassi, palazzi un tempo splendidi ed ora fatiscenti, moschee.


La gente che ci incrocia, improbabili turisti stranieri a Nablus, riconosce Mohammad e lo saluta rispettosamente. Nei vicoli visitiamo antiche botteghe di rigattieri, panettieri, speziali, saponai, fabbri, falegnami, carpentieri, pasticceri, tessutai, tappetai, un bellissimo hammam con affreschi e mosaici.
Con molti Mohammad si ferma a conversare, loro ci mostrano le mercanzie ma senza spingere la vendita come avviene normalmente nei paesi arabi, quasi con timidezza. Qualcuno ci fa sedere nella bottega e ci offre delizioso the alla menta.


Volete visitare un campo profughi? Ci chiede Mohammad. Mi pare di capire che questo desiderasse sopra ogni altra cosa. Sicuro, rispondo. Prendiamo per 2 shekel a testa (40 centesimi di euro) un taxi collettivo. Sale con noi una ragazza abbigliata con hijab e in pochi minuti arriviamo a Balata. A parte la chiara demarcazione rispetto ai quartieri confinanti, il campo ha l’aspetto di un villaggio, sebbene un villaggio particolarmente misero.
Percorriamo la via principale. I muri sono coperti da manifesti coloratissimi che rappresentano ragazzi, per lo più armati di mitra e ornati da bandane intorno al capo. Sono i “martiri”. Mohammad fa mostra di conoscerli quasi tutti, su qualcuno si sofferma e ce ne racconta la storia. I più sono morti per operazioni “chirurgiche” dell’esercito israeliano. Le spie pagate dagli israeliani – che a quanto pare abbondano – segnalano quando una certa persona si trova in una casa o sale a bordo di un’auto. In tempi brevissimi interviene un commando israeliano, tipicamente elitrasportato, e finisce sempre con un conflitto a fuoco e la morte del presunto terrorista. Nei casi di auto in fuga intervengono spesso gli elicotteri Apache che chiudono inesorabilmente la partita con un missile o una sventagliata di cannone a canne rotanti. Chi ci capita ci capita, dice Mohammad.
Percorriamo la strada principale del campo, fiancheggiata da case malandate di 2, massimo 3 piani, e brulicante di gente e di botteghe. C’è anche molta spazzatura, un po’ abitudine araba, un po’ scarso amore per un rifugio “temporaneo” divenuto una prigione. In fondo alla strada si apre all’improvviso un bellissimo spazio verdeggiante. Da un portico si accede al cimitero dei martiri, dozzine di lapidi in pietra si affollano tra palme ed eucalipti. Una lastra in pietra ammonisce “Mai dimenticare, mai perdonare”. Sostiamo un po’ in silenzio. Per quanto questa lotta mi paia inutile, il dolore di questi luoghi è soverchiante.


Risaliamo la strada verso l’uscita. Incontriamo una vecchia araba con cui Mohammad si sofferma. È la madre di due martiri. Ci racconta di come sono morti, gli agguati che gli sono stati tesi. C’è un’enorme calura sotto il sole di mezzogiorno, e in questa afa, in questo miscuglio di odori, non riesco più a seguire le parole della vecchia, i racconti di violenza e di morte, la vana disperazione, mi causano un senso di vertigine. Per fortuna ci allontaniamo ed usciamo dal campo
Subito fuori dal campo c’è un edificio dove ha sede il “Women’s Programs Center”, un’associazione che ha per obiettivo di elevare il livello culturale delle donne ed insegnare loro un mestiere. Ci fermiamo a parlare con la responsabile. Ha una faccia bella e intelligente. Ci viene mostrata una produzione di ricami dove c’è sicuramente molto lavoro e molta abilità, ma i manufatti sono stilisticamente invendibili. Sarebbe necessario un supporto creativo, e, naturalmente, un’organizzazione commerciale. Qui non c’è neppure un sito web. Mi sembra tutto senza speranza. 


Prima di accomiatarci la donna ci chiede qual è la nostra prossima tappa. Gerusalemme, rispondo. Ci guarda con grande tristezza. Voi siete molto fortunati. Non c’è dubbio: siamo incredibilmente fortunati.

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