I cinesi si stanno espandendo a Milano. Da Chinatown, il triangolo compreso tra Via Paolo Sarpi e Via Canonica, si vanno allargando progressivamente in altri quartieri e ormai se ne vedono dappertutto. Da indagini recenti , la popolazione cinese censita a Milano ha superato le 14.000 unità, a cui sono ovviamente da sommare tutti gli immigrati irregolari. E’ sorprendente apprendere che una piccola comunità si stabilì a Milano fin dagli anni ‘20, essendo giunta non dalla Cina, ma dalla vicina Francia. Questa comunità era in gran parte originaria dalla provincia di Zehjiang (subito a sud di Shanghai), forse a seguito della guerra civile che si era scatenata nella neonata repubblica (succeduta nel 1911 al Celeste Impero) tra i nazionalisti del generale Chang Kai Shek e i comunisti di Mao Zedong. Con l’avvento della Repubblica Popolare Cinese, i flussi migratori praticamente si arrestarono. Fu solo con la nuova politica di apertura inaugurata da Deng Xiaoping nel 1979 che l’emigrazione ripartì. A quell’epoca i cinesi residenti a Milano erano circa 500.

La cosa curiosa è che questa piccola comunità, ormai integrata da decenni a Milano, fu determinante nel costituire una vera e propria “catena migratoria” dallo Zehjiang, e particolarmente dalla città di Wenzhou, grazie alla forza di legami famigliari conservati in onta al tempo e alle guerre intercorse, secondo un meccanismo di “parente chiama parente”. Più di qualsiasi altra etnia, gli immigrati Cinesi hanno sempre fatto ogni sforzo per regolarizzare la loro posizione, e poiché il meccanismo dei “ricongiungimenti famigliari” facilitava le pratiche, questo contribuì a mantenere a Milano una forte prevalenza di Cinesi dello Zehjiang. Naturalmente le numerose sanatorie succedutesi negli anni fecero la loro parte, attirando immigrati cinesi da molte altre regioni, ma si stima che lo Zehjiang pesi ancora oggi per circa due terzi del totale. Quindi una comunità straordinariamente omogenea e coesa, si direbbe… In realtà i nuovi arrivati pagavano caro l’aiuto dei parenti “italiani”. E’ vero che questi si erano spesso fatti carico dei costi del passaggio clandestino in Italia, si erano dati da fare per le pratiche di ricongiungimento, avevano trovato al parente in arrivo un lavoro nel “sommerso”, gli davano vitto e alloggio.  Ma per ripagare il proprio debito il nuovo arrivato avrebbe dovuto lavorare gratuitamente per i propri sponsor fino all’estinzione dello stesso. Questo non avveniva prima di due o tre anni, tempi destinati ad allungarsi a mano a mano che le tradizionali occupazioni nella ristorazione e nella confezione in conto terzi (in condizioni spesso penose di semi-schiavitù) sono andate contraendosi. Tuttavia i Cinesi sono capaci di impensabili sacrifici, e un bel giorno il debito viene estinto e l’immigrato diviene percettore di un reddito reale. Ciò che è incredibile dei Cinesi è l’approccio sistematico e programmato con cui procedono, approccio basato sul lavoro ad ogni costo e su una grande chiarezza di obiettivi. Svincolato dal debito, l’immigrato finalmente dispone di risorse sia per coprire i costi della regolarizzazione che per finanziare la creazione di capitale “sociale”, prestando denaro ad amici e parenti che ne abbiano necessità. La rete delle “guanxi” (relazioni privilegiate di reciprocità che formano la trama del tessuto sociale cinese) così costituite gli permetterà, in seguito, di poter contare sulla riscossione dei crediti maturati nel momento in cui riterrà opportuno mettersi in proprio. La rete di guanxi servirà anche ad attingere a nuovo capitale per finanziare il proprio progetto. Quale che sia il progetto, per quanto piccola l’impresa, essa è comunque il primo passo per costruire quello status di “laoban” (padrone) che rappresenta la meta di gran parte degli immigrati dello Zehjiang.
I risultati di questo processo, per quanto faticoso e denso di sacrifici, sono stati straordinari. I figli degli immigrati degli anni ’80 e ’90 godono di discreto benessere, sono tutti altamente scolarizzati, e nelle classi delle scuole della periferia milanese (dove essi vivono) gli studenti cinesi sono spesso i migliori delle loro classi. Tuttavia la crisi economica ha colpito duro e non sono rose e fiori neppure per la comunità cinese. Le attività tradizionali (ristorazione e confezione in conto terzi) si sono contratte e le imprese cinesi si sono progressivamente spostate su altri settori di commercio e servizi. Tra questi, merita una speciale menzione il grande sviluppo dei centri di massaggi estetici, un settore poco regolamentato in cui è relativamente semplice aprire nuovi negozi. Si pensi che solo a Milano ve ne sono oltre 400 di cui il 60% gestito da Cinesi. Un settore che non conosce crisi, che cresce annualmente a tassi vicini al 25% …


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Nella zona di Porta Ticinese, dove Mario ha l’ufficio, di Cinesi se ne sono sinora visti pochi. Finché... Pochi giorni fa per pranzo lui ha deciso di andare a mangiare una ribollita in una trattoria toscana di Ripa di Porta Ticinese. Era un po’ che non ci tornava. Come gira l’angolo da Via Cassala, Mario scopre che la trattoria toscana è sparita. Al suo posto c’è un negozio con una grande insegna gialla ed una scritta bordeaux che dice: “Profumo d’Oriente”.


Che diavolo è, si chiede. Prova un senso di fastidio. La ribollita gli andava proprio. E ora dove va? Passa davanti al nuovo negozio per sbirciare dentro. Ma le vetrine sono totalmente oscurate. C’è un ingresso con un campanello. Centro Benessere, dice il cartello sulla porta. Per non so quale impulso, Mario pigia sul campanello. La porta si apre immediatamente con uno scatto. Come lui entra, si trova in una reception illuminata discretamente, c’è profumo di incenso ed una musichetta orientale. Dal bancone lo accoglie sorridente una signora cinese sulla quarantina. Buongiolno, vuole fale massaggio? e gli mostra la lista delle prestazioni. Ci sono massaggio giapponese Shiatsu, massaggio rilassante, riflessologia plantare, massaggio hongkonghese + bagno, massaggio thailandese, ed un intrigante massaggio a quattro mani.
I prezzi sono buoni, da 30 a 60 euro. Dopotutto oggi voleva ribollita perché ha poco appetito, pensa Mario, perché non regalarsi un bel massaggino rilassante? Non fa a tempo ad aprir bocca che da dietro una tenda spunta una ragazza. E’ anche lei cinese, avrà 25 anni, è minuta ma molto graziosa, vestita sobriamente in pantaloni e maglietta nera. Gli fa un grande sorriso, pronuncia alcune parole incomprensibili, poi scosta la tenda da cui è arrivata e fa un bell’inchino invitandolo ad entrare. La stanza ha l’aspetto di uno studio medico, con un lettino professionale al centro. Gli aspetti insoliti sono la luce soffusa ed una grande tinozza di legno nell’angolo. Fale bagno? Chiede la fanciulla. Beh insomma, visto che dobbiamo ballare balliamo, pensa Mario facendo cenno di sì. Plego spogliale, gli dice lei. Lui si libera dei vestiti che appende ordinatamente ed esita per un attimo in slip. Anche, fa lei prontamente con il dito puntato. Si toglie gli slip. Lei gli rimane di fronte senza accennare a girarsi. Mi sa che questi non sanno cos’è il pudore, pensa. Lei gli prende la mano e lo aiuta ad entrare nella tinozza per evitargli scivoloni. Dopotutto Mario ha una certa età. La tinozza è conformata per adagiarsi in modo molto confortevole, lei gli arrotola un asciugamano sotto la testa e prende ad insaponarlo accuratamente. Gli insapona ben bene anche le parti più delicate con fare molto professionale, quasi fosse un’infermiera.
A Mario torna in mente un amico rimasto coinvolto in un pauroso incidente stradale. Erano dieci anni fa? Costui stava rientrando a Milano da Venezia con un fitto nebbione sull’autostrada ed era capitato in mezzo ad un gigantesco tamponamento a catena. Lui aveva evitato per un soffio la macchina ferma che gli si era parata davanti, ma gli era piombato sulla schiena un autotreno. Nel pauroso impatto aveva perso i sensi e si era risvegliato direttamente in ospedale. Aveva riportato fratture alle braccia e alle gambe, era un miracolo che avesse salvato la pelle. Si fece un paio di mesi in ospedale, dove le infermiere – alcune delle quali giovani e graziose – dovettero accudirlo per ogni minima necessità. Mario deve riconoscere che quando sentì la storia si chiese come doveva essere avere un’estranea che ti lava il... come chiamarlo in modo appropriato? Mentre è sdraiato nella vasca, Mario riflette che il c... suona francamente volgare, pisello diminutivo, pene è un termine moscio, quindi inadatto, uccello troppo figurato, verga dà l’idea di una bacchetta, membro sa di Consiglio d’Amministrazione, minchia è svalutativo. Mario opta per Arnese con la A maiuscola, ricordando la definizione del dizionario Palazzi dell’arnese come “strumento”, perché di strumento si tratta, a cui si attribuisce una certa capacità di “fare” e pluralità di funzioni. Come dunque l’Arnese reagisce ad una così insolita situazione come quella di essere maneggiato e insaponato da un’estranea, per di più una bella ragazza? Ecco, adesso lo sa.
Dopo averlo lavato, la ragazza prende a fargli un massaggio in acqua, pizzicandogli sistematicamente ogni angolo del corpo, dalle piante dei piedi al collo. E’ così piacevole che lui si assopisce un pochino. Si riscuote solo quando deve uscire dalla tinozza. Lina (ha scoperto che è così che si fa chiamare) lo asciuga accuratamente, senza trascurare nulla, poi lo fa sdraiare a pancia in giù sul lettino. Mentre se ne sta sdraiato, il viso di lei si avvicina moltissimo al suo, i lunghi capelli neri gli vengono sulla faccia. Lui è sorpreso, finora è stata così distaccata e impersonale. Massaggio lomantico? gli sussurra. Qualunque cosa sia, suona benissimo. Accetta senz’altro, curioso di scoprire di cosa si tratti.
A dir la verità, pare un massaggio normalissimo. Lei lo cosparge di olio e prende a trattargli meticolosamente nuca, schiena, glutei, cosce, gambe, piante dei piedi. Stavolta si assopisce sul serio. Poi zac! Cambia qualcosa. Mentre Mario giace tranquillo, la mano di lei si avventura in luoghi mai prima esplorati da estranei. Non vorrei che pensiate che Mario sia passato all’altra sponda, ma questa cosa è davvero piacevole. Va bene? gli chiede. Benissimo, risponde con voce strozzata, mentre sotto di lui si va concretizzando una mostruosa trasformazione quantica. Ola plego gilale, fa lei. Lui si gira con l’Arnese che punta arditamente al soffitto. Lei non fa una piega, il viso è impassibile. Riprende a massaggiargli il corpo con l’olio, distendendogli muscoli e articolazioni. Però, non si sa come, le sue mani gli sfiorano sempre più spesso l’Arnese eretto. Questo gioco di sfioramenti e sfregamenti inattesi ma non casuali, le mani che si avventurano ogni tanto tra le parti più indifese, sono come scosse elettriche, gli provocano una spasmodica eccitazione, insomma per dirla tutta gli diventa duro come una guglia dolomitica. Lina, dice ad un certo punto con un rantolo, fai la brava, fammi venire! Il viso di lei torna vicinissimo al suo, con un grande irresistibile sorriso. Fanno venti eulo, gli sussurra dolcemente. E vai! le dice Mario. Ma lei non è sicura di aver capito bene. E’ ok? chiede. Ok, ok!!
A questo punto Lina dà una lezione di manipolazione dell’Arnese che meriterebbe di essere insegnata in un corso di specializzazione postlaurea nelle migliori università. Mario non sa se si tratti di superiore conoscenza dell’anatomia umana, o di esperienza ancestrale di questo tipo di cose. Sua nonna buonanima gli diceva sempre che sembra facile fare le uova al tegamino, e invece c’è chi fa una schifezza, e chi fa un capolavoro. Ecco, Lina è come Rubens, non chiedete a Mario perché gli venga in mente d’acchitto Rubens, ma non il Rubens che impiegò per gran parte dei suoi quadri, nel suo grande palazzo/atelier di Anversa, una squadra di aiutanti (lo specialista di cavalli, quello di paesaggi, quello di volti umani etc.), bensì il Rubens che prendeva personalmente in mano il divino pennello per i ritratti di papi e sovrani. Lina si colloca a quel livello quando fa una... come chiamarla? S... suona fuori luogo, sa di autogestione, assolutamente no. Come spesso capita, l’inglese viene in aiuto. Mario, che conosce bene la lingua, decide di chiamarla Smart Manipulation. Dunque, quando Lina fa una Smart Manipulation fa un capolavoro. Come descrivere un quadro del Maestro? Impossibile. Così Mario non può descrivere la Smart Manipulation di Lina. Come il quadro va visto, così la Smart Manipulation va provata. Mario sa solo che la conclusione che sopraggiunge gloriosa al termine di questo esercizio è come l’eruzione del Vesuvio dell’anno 79 d.C., accompagnata dalla gentile ed esperta manina fino alla sua totale estinzione. Rimane esaurito e senza parole sul lettino mentre Lina gli deterge accuratamente l’Arnese tornato alle consuete modeste proporzioni.


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Si è messo a piovere quando Mario esce dal Profumo d’Oriente per rientrare in ufficio. Per la verità andrebbe volentieri a schiacciare un pisolino da qualche parte, ci vorrebbe proprio. Incontra invece una collega alla macchina del caffè. Dove sei stato oggi, gli dice, ti abbiamo cercato ma non ti abbiamo visto! Non avevo fame, risponde, oggi ho saltato il pranzo!