Non sono in molti coloro che hanno avuto occasione di conoscere Famagosta e, in generale, la parte nord di Cipro. La principale ragione di ciò è naturalmente l’isolamento di Cipro Nord, la “Cipro Turca” a partire dalla divisione dell’isola nel 1974.

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Il T-62 era un bestione da 40 tonnellate con un motore dalla non eccezionale potenza di 600 cavalli, capace di una velocità di 50 km/h su ogni tipo di terreno. Entrato in servizio nei primi anni 60 del secolo scorso, era soprattutto dotato di un potentissimo cannone da 115 mm, capace di sparare in corsa proiettili alla velocità di 1650 metri/sec che bucavano come il burro ad un paio di km di distanza la corazza di un carro americano M60, suo avversario diretto dell’epoca. Il T-62 era un aggeggio molto complicato da usare, provvisto di un armamentario di mitragliatrici, missili, lanciafiamme, dispositivi di puntamento. Costruito in 21.000 esemplari, costituì per molti anni la spina dorsale delle forze corazzate sovietiche e di diversi paesi del Medio Oriente. Ma i Sovietici si fidavano poco degli Arabi e così evitarono di istruirli fino in fondo sulle potenzialità del mezzo e sulle tecniche di combattimento, sicché nelle varie guerre che costoro intrapresero (Guerra dei Sei Giorni, Kippur, Guerra del Libano, Guerra del Golfo) gli avversari li massacrarono quasi sempre. Non fu così a Praga nell’estate 1968.

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Perché le Terre Divise? Dopo 2000 anni di grandi imperi che hanno tenuto insieme dozzine di popoli e di etnie diverse, su territori spesso sterminati, abbiamo assistito nel breve volgere di 3 generazioni alla disintegrazione simultanea dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, alla scomparsa degli imperi coloniali, al crollo dell’Unione Sovietica, ad innumerevoli riassetti territoriali seguiti a due guerre mondiali e ai conflitti inter-etnici deflagrati dopo la caduta del muro di Berlino. Fenomeni spesso violenti, legati a problemi di identità nazionale e di fedi religiose che si sono assurdamente moltiplicati nel cuore stesso dell’Europa nonostante la globalizzazione dell’economia, delle comunicazioni, dei costumi. Si pensi non solo ai casi cruenti dei Balcani, del Caucaso, dell’Ucraina, ma anche ai movimenti separatisti in Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia. Qualcosa che somiglia a quanto sta avvenendo in campo linguistico: da un lato il trionfo mondiale dell’inglese, dall’altro la rinascita di lingue a lungo relegate al rango di dialetti, il ruteno, il basco, il catalano, lo sloveno… Su questo scenario – di per sé poco promettente – si è sovrapposta l’esplosione, a partire dalla fine del 2010, delle cosiddette “primavere arabe” che hanno partorito il frutto avvelenato dei fondamentalismi. Un fenomeno propagatosi con incredibile rapidità dall’Oceano Atlantico al Pacifico coinvolgendo paesi europei, africani ed asiatici che tradizionalmente ne erano stati esenti, fino alla recente creazione di uno stato canaglia islamico tra Siria e Iraq. Particolarmente preoccupante per gli equilibri del Medio Oriente l’abbandono de-facto da parte della Turchia dei dettami laici della costituzione di Kemal Ataturk, e le infiltrazioni estremiste nell’Europa balcanica (Bosnia e Kosovo). Ne sono nate nuove frammentazioni di territori, nuove divisioni, alimentate da lotta armata, banditismo, persecuzione delle minoranze, terrore.

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Grisignana sorge a circa 400 metri di altezza nel cuore dell’Istria su un colle che domina un immenso panorama di boschi, vigneti, oliveti. Nel fondovalle, terra di tartufi bianchi, scorre il fiume Quieto che un tempo serviva per il trasporto di merci su piccole chiatte fino al mare. Non lontano si scorge Montona arroccata su un cocuzzolo, dalla parte opposta Buie, ad occidente, verso Umago, nelle giornate chiare si vede il mare. Siamo venuti a Grisignana per tre giorni, i nonni con il nipotino Pietro che ancora non va a scuola, perché questo è un luogo magico. Sembra di essere in Toscana. Ma qui c’è qualcosa che in Toscana non c’è. Nei viottoli pietrosi, dove profumano il rosmarino, la salvia, il timo, nella quiete delle minuscole piazze deserte, la nostalgia si intreccia con le memorie di tempi tribolati. Qui siamo nella “sredij polije”, la “terra di mezzo” da cui viene il nome Redipuglia che con il re e con la Puglia non c’entra nulla. C’entra con l’immenso sacrario non distante di qui dove riposano le spoglie di centomila caduti della Grande Guerra. Dal crollo dell’impero austro-ungarico qui non c’è stata più pace. E ancora oggi si fatica a dimenticare.

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Famagosta, un nome presente nella toponomastica di decine di città italiane grandi e piccole e di cui pochi conoscono il significato… Si tratta di un’antica città sull’isola di Cipro, la cui storia è legata ad una dinastia francese – i Lusignano – che ne fece una delle città più splendide di tutto il Mediterraneo, protagonista di molte crociate, con rapporti intensi e problematici tanto con Genova che con Venezia, fino alla drammatica conquista ottomana del 1571.  

Ma la storia di Famagosta e di Cipro non finisce con le gesta di Marcantonio Bragadin. Dopo tre secoli di dominazione turca, a seguito del disfacimento dell’impero ottomano arrivarono gli inglesi che ne fecero una colonia, fino alla tribolata indipendenza del 1960. Indipendenza che scatenò anni di feroci conflitti tra la comunità greca e quella turca.  A seguito di un colpo di stato da parte dei nazionalisti greco-ciprioti avente come obiettivo la riunificazione di Cipro alla Grecia (con l’appoggio dei colonnelli greci e della CIA), l’esercito turco invase Cipro nel luglio 1974. Si creò così la divisione dell’isola, che dura ancora oggi, tra Cipro Sud (greca) e Cipro Nord (turca).

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