Sto facendo la doccia in un bagno che in tutto e per tutto somiglia al mio, quindi forse è proprio il mio. Mentre mi insapono la testa per farmi lo shampo, orrore! scopro di avere al polso sotto il getto d’acqua il Longines d’oro del 1958 lasciatomi da mio padre. La cosa mi sconvolge talmente che mi sveglio di colpo. Pfui, che spavento. Accendo la luce sul comodino, l’orologio è lì al suo posto, guardo l’ora, sono le sei del mattino, troppo presto per alzarmi. Ma anche troppo tardi per riaddormentarmi. Mi torna in mente la serata precedente, invitati a cena a casa di Dora e Antonio...


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Con noi c’é un’altra coppia anziana piuttosto simpatica, Giancarlo e Piera. Durante l’aperitivo a base di Prosecco accenno al film “Romanzo di una strage” che io e Carla abbiamo appena visto al cinema. Un bel film, niente da dire, anche se la teoria delle due borse piene di esplosivo mi è parsa francamente cervellotica. Piazza Fontana, era il mitico 1969, la bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Chi se la dimentica, fu l’inizio degli Anni di Piombo...
Giancarlo e Piera annuiscono gentilmente mentre disquisisco sul film. Mi ricordo bene di quei fatti, il commissario Calabresi ammazzato qualche anno dopo proprio sotto casa della nostra amica Patrizia, l’anarchico Pinelli, Valpreda, il tassista Orlandi e tanti altri personaggi. Ancora oggi è tutto un fitto mistero. “E tu, dico a Giancarlo, di cosa ti occupi?”

Leggi tutto: La donna che visse tre volte  

Una curiosa sensazione si è andata consolidando in me da quando ho cominciato a scrivere, a mano a mano che i racconti prendevano forma. Ho la sensazione, anzi la certezza, che lo scrittore non inventi nulla, le storie esistono già, come dimenticate in un misterioso scaffale dove lo scrittore deve andare a cercarle. Ricordate il racconto di Jorge Luis Borges “La Biblioteca di Babele”? Borges descrive una biblioteca spazialmente infinita composta di sale esagonali, che raccoglie disordinatamente tutti i possibili libri “in cui si susseguono sequenze di caratteri senza ordine, in tutte le possibili combinazioni.

Leggi tutto: Un treno per Nablus - Prefazione  

Mi sono spesso chiesto perché io abbia intitolato questo libro “Un treno per Nablus”. Effettivamente Nablus, che ho visitata alcuni anni fa e da cui ho preso spunto per uno dei racconti, ha un ruolo importante nel libro. Poiché la tesi è che le storie più sono vere più sono assurde, ebbene Nablus rappresenta – almeno nel mio limitato universo – una sorta di epicentro delle assurdità umane. Ma perché “Un treno per Nablus?”. Una risposta possibile è: chi si sognerebbe mai di andare in treno a Nablus? O forse l’ispirazione del titolo mi è venuta dal mitico film western “Quel treno per Yuma” che vidi da ragazzo e mi rimase per sempre impresso nella memoria. Chi lo sa. Naturalmente era indispensabile che nessun treno effettivamente andasse in quella città della Palestina, parendomi per qualche ragione che poterci andare in treno banalizzasse il mio titolo. Ho rovistato a lungo sul web su questo argomento e il risultato è stato che no, assolutamente nessuna linea ferroviaria esiste per Nablus e ciò mi ha molto rassicurato.

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La storia siamo noi: le storie non vanno inventate, esistono già, basta vederle e prenderle al volo. Vicende personali diventano storia di un’epoca. La “grande storia” ci passa talvolta accanto, sconvolgente nella sua drammaticità o nei suoi paradossi, e sembra attraversarci come se fosse altro da noi. Non è così: tu puoi scordarti della storia, ma la storia non si scorda di te.

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Dopo la sciagurata partita persa dall’Italia contro il Cile ai Campionati del Mondo del 1962, di quel lontano paese sentii parlare di nuovo nei 12 mesi che passai ad Atlanta come studente del Georgia Tech nel 1970-71. Avevo infatti due colleghi di corso cileni. Era un’epoca in cui all’università si discuteva molto di politica. Eravamo, tra l’altro, nel pieno della guerra del Vietnam. Orbene questi due colleghi non la smettevano di litigare su un certo Salvador Allende, presidente cileno in fama di progressismo. Uno era dichiaratamente a favore, l’altro era ferocemente contrario, diceva che Allende era un pazzo comunista che stava trascinando il Cile in rovina. Il primo di costoro, quello favorevole, era una specie di hippy capellone e barbuto. Tra l’altro mi passò una sua ragazza, una commessa di supermercato che accettò di venire a farsi una pastasciutta nella mia camera (ero bravissimo a cucinare bucatini alla carbonara), e forse per un eccesso di pepe mi lasciò un antipatico ricordino che dovetti farmi precipitosamente curare. La combinazione di questi fattori mi convinse che c’era in Allende qualcosa che non andava, sicchè non mi stupii quando, un paio d’anni dopo, ci fu a Santiago la rivoluzione (i più dicono colpo di stato) e arrivò Pinochet.

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