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Un argomento usato da molti esponenti della sinistra (la totalità di quelli che sono recentemente usciti dal PD, ma anche molti che vi sono rimasti) è la preoccupazione circa la propria identità, la sacralità delle proprie origini, la necessità di contraddistinguere gli atti della propria politica come una “politica di sinistra”.

La prima osservazione è che è finita da un pezzo, con il dissolvimento della DC e del PCI, l’epoca dei partiti “confessionali”. L’elettorato di oggi è in larghissima parte “laico”, e delle vecchie confessioni se ne infischia totalmente. La visione di destra e sinistra è di conseguenza radicalmente mutata rispetto al recente passato. Questo non vuol dire che non esista oggi un pensiero di sinistra. Si ha però l’impressione che quando i nostalgici (che chiameremo d’ora in poi cosiddetta sinistra) si richiamano al rispetto dei valori della sinistra si riferiscono a cadaveri imbalsamati che, se sciaguratamente riesumati, provocherebbero danni a non finire al paese (e purtroppo in diversi casi li provocano ancora) e la sicura sconfitta del PD. Come se il “rispetto dei valori” fosse molto più importante che vincere le elezioni e rilanciare il paese. Invece si tratta di un fatto “privato”, interno al partito, di cui all’elettore di oggi, per lo più gravato da assillanti problemi pratici, non frega assolutamente nulla.
Facciamo un esempio facile facile per capirci: la scuola. Alla cosiddetta sinistra non vengono neppure in mente due pilastri (questi sì di sinistra) alla base di una politica della scuola. Pilastro numero uno: l’istruzione è il principale ascensore sociale. Se i ragazzi meritevoli riescono ad accedere ai massimi gradi (e livelli qualitativi) della scuola, questo è il migliore aiuto alla mobilità sociale che dovrebbe essere, quello sì, un grande tema della sinistra. Pilastro numero due: la scuola si misura dai risultati, e i risultati consistono nei livelli di istruzione e competitività dei nostri studenti sullo scenario internazionale. Tutti gli altri aspetti sono al più condizioni al contorno e vincoli, non certo obiettivi da raggiungere.

Guardiamo invece che cos’è la scuola nella mentalità della cosiddetta sinistra. La politica della scuola è anzitutto la difesa dei settecentomila insegnanti, un tempo pascolo esclusivo del voto PCI, di cui vanno garantiti i diritti (spesso a scapito degli studenti, si pensi all’immonda sarabanda dell’assegnazione delle cattedre che ogni anno lascia per mesi gli studenti in balia di supplenti), l’assenza di ogni meccanismo serio di selezione (neppure i concorsi – quando si fanno – accertano se sono capaci di insegnare), l’assenza di qualsiasi criterio meritocratico di carriera, l’assenza di piani obbligatori di aggiornamento professionale, l’inamovibilità, l’egualitarismo. Diritti che non si toccano, alla faccia dei poveri studenti. Per quanto riguarda questi ultimi, vigono le promozioni d’ufficio in tutta la scuola dell’obbligo e anche nel cosiddetto esame di stato, totale arbitrarietà nell’attribuzione dei voti da una scuola all’altra, rifiuto dei test Invalsi, che sono l’unico metodo a livello europeo per confrontare i livelli di preparazione dei ragazzi (e quindi l’efficacia dell’insegnamento). I problemi della scuola si aggravano ulteriormente all’università, che soffre anche della scarsità di fondi per la ricerca e del più anziano corpo docente del mondo. Basta guardare i ranking internazionali delle nostre università per rendersi conto dell’enormità del problema. Naturalmente vi sono in Italia le buone eccezioni (spesso private) a questo andazzo, e c’è la possibilità di mandare i figli a studiare all’estero, opzioni che sono tutte appannaggio dei pochi fortunati che possono permettersele, così aggravando il privilegio.  Questa è la politica della scuola della cosiddetta sinistra, dettata per filo e per segno dai sindacati, la quintessenza del più bieco conservatorismo.

Potremmo dare una veloce scorsa agli altri grandi temi, per chiederci cosa è veramente di sinistra. Da come la vedo io, essere di sinistra significa anzitutto avere una forte visione internazionalista, senza se e senza ma. Nessuno dei grandi problemi che oggi affliggono il mondo può essere risolto su base nazionale, questo è il punto. Su questo terreno i movimenti populisti e sovranisti vanno combattuti e ridicolizzati, non scimmiottati. Il problema dell’Europa non è che dovrebbe essere diversa – come va dicendo Renzi – ma che dovrebbe essere più forte, molto più forte. La tragedia è stata il referendum del 2005 in cui i Francesi bocciarono la costituzione europea, con ciò fermando il processo di integrazione. Processo che va rilanciato con forza, in totale contrasto con quanto dicono destre e grillini. Tutto discende dall’Europa, l’integrazione bancaria e fiscale, le politiche di welfare, la difesa, la gestione ambientale, le infrastrutture sovranazionali, la ricerca scientifica, l’immigrazione, la politica estera.

In politica estera vige il principio che vanno sostenuti i paesi democratici contro quelli confessionali o totalitari. Quindi con Israele e non con i Palestinesi che se potessero ci tirerebbero volentieri una bomba atomica sulla testa. Non basta che un paese sia povero per stare dalla sua parte, la Corea del Nord per esempio è tra i paesi più poveri del mondo.

Per quanto riguarda gli scambi commerciali con i paesi extra-europei, ci stiamo accorgendo di avere svenduto la nostra industria e i nostri posti di lavoro a paesi come la Cina senza tener conto che si tratta di paesi antidemocratici con nessuna garanzia civile per i cittadini, fattori che hanno altissimi costi che noi paghiamo e loro no. Qualcuno, nell’ammettere senza condizioni la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001, si illuse che questo avrebbe favorito una democratizzazione del paese che non si è verificata né punto né poco, mentre decine di milioni di posti di lavoro sono stati sottratti all’Europa. Quindi andrebbero restaurate barriere commerciali e quote di import per singolo paese extra-europeo, il cui livello sia stavolta proporzionato in base agli indicatori quantitativi (esistenti da anni) sul livello di democrazia, libertà, mezzi di informazione, rispetto dei diritti umani etc. Zero barriere solo per chi ha la casa decentemente in ordine. Il principio, non di sinistra ma di buon senso, è che non si regala niente per niente. Non stiamo parlando solo di una salvaguardia della nostra economia e occupazione, ma anche di un potente stimolo ai paesi terzi su temi di democrazia e stabilità ai fini di uno sviluppo civile del pianeta. Né questa è una condanna della globalizzazione in quanto tale. Tuttavia Europa e USA avevano la possibilità di controllare secondo criteri di maggiore equità il processo di globalizzazione e non lo hanno fatto, a svantaggio di molti e a vantaggio di pochi. L’ammissione incondizionata della Cina nel WTO fu la singola decisione più dannosa mai presa dall’occidente. Avete sentito qualcuno della cosiddetta sinistra che se ne lamentò allora o si lamenti oggi?

Principi simili valgono per i flussi migratori. L’Europa, con una superficie totale dei 28 paesi pari a quella di Algeria e Libia messe insieme e con una densità di 120 abitanti/kmq, non è in grado di assorbire altre decine di milioni di immigrati oltre le decine di milioni che già ci sono. Chi la pensa diversamente non è di sinistra, è cretino, inoltre non tiene conto della volontà chiaramente espressa da tutti i popoli europei senza eccezioni. E’ invece certamente di sinistra pretendere che chi viene accolto venga aiutato ad integrarsi perfettamente e viva una vita decorosa e attiva. Insieme ad un ragionevole tasso di accoglienza, occorre formulare ingenti piani di aiuti a lungo termine a livello di Unione Europea affinché gli Africani possano migliorare la loro vita in Africa, gli Asiatici in Asia e così via.  Ma attenzione, vanno studiate attentamente le pratiche di successo che sono poche, perché per la maggior parte i progetti di aiuto allo sviluppo dei paesi africani sono stati clamorosi fallimenti che hanno peggiorato le cose anziché migliorarle.

Questi esempi sul vitale ruolo di un’Europa forte e unita per il nostro futuro potrebbero essere di molto estesi se non fosse per il rischio che la lunghezza di questo scritto vada di pari passo con la noia del lettore. Mi limiterò a menzionare solo un altro aspetto pressoché totalmente ignorato dalla cosiddetta sinistra, quello delle regole che governano i mercati. Queste regole non esistono in natura, devono essere decise dagli esseri umani. Come ci dice Robert B. Reich nel suo mirabile “Come salvare il capitalismo”, vi sono quattro tipi fondamentali di regole. 1. Regole sulla proprietà: che cosa si può possedere. 2. Regole sul monopolio: che grado di forza di mercato è ammissibile. 3. Regole sui contratti: che cosa si può scambiare e sotto quali termini. 4. Regole sul fallimento: che cosa succede quando i compratori non possono saldare i conti. Si dà il caso che queste regole siano fortemente cambiate a partire, diciamo, dagli anni ’80 dello scorso secolo. E, guarda caso, da allora si è andata verificando nel mondo intero una crescente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi e un crescente impoverimento di molti. Se il PIL dell’occidente (a parte l’Italia e pochi altri) ha continuato a crescere, tutto questo aumento è finito nelle tasche dell’1% della popolazione mentre il restante 99% rimaneva a bocca asciutta. La tesi ben documentata di Reich e di moltissimi altri economisti non prezzolati è che le grandi corporation e le grandi istituzioni finanziarie, i cui top manager andavano e venivano da e verso posizioni di governo, abbiano plasmato a proprio piacimento, a proprio uso e consumo, la quasi totalità delle principali regole preesistenti, con ciò determinando tale enorme divaricazione sociale. Quali esponenti politici della sinistra avete visto battersi contro, o anche solo parlare di questi temi di importanza cosmica per le democrazie dell’Occidente?

Queste affermazioni sono una semplificazione della realtà, tuttavia è la sostanza che conta. Però almeno un esempio concreto ci vuole, e ce lo regalano Guido Brera e Edoardo Nesi nel loro recente libro “Tutto è in frantumi e danza”. Il 12 novembre 1999 viene abrogato da Bill Clinton il Glass-Steagall Act, la legge bancaria americana. Era una legge nata nel 1933, subito dopo la Grande Depressione, che separava le banche commerciali dalle banche di investimento. La ragione di questa separazione era di impedire che la crisi del ’29 si ripetesse. Invece la decisione di Clinton annullò la protezione di cui il capitale privato aveva goduto presso le banche, e mise in atto meccanismi mostruosi di moltiplicazione del pane e dei pesci. Questo portò diritto al fallimento di Lehman Brothers, scatenando una crisi mondiale che alcuni paesi, tra cui l’Italia, non hanno ancora superato. Figlia della decisione di Clinton è l’enorme proliferazione dei derivati, che ammontano oggi ad otto volte il PIL mondiale. Una bomba ad orologeria che, se esplodesse, non potrebbe che ricadere sulle spalle di noi tutti privandoci anche della biancheria intima.

Tutto questo è praticamente ignorato dalla cosiddetta sinistra che, tutta presa dai propri insulsi dibattiti interni, ha sciaguratamente lasciato il monopolio dei grandi temi della sinistra nelle mani di Grillo. E il M5S non si è certo tirato indietro. Faber suae quisque fortunae.